Scelta ardua e difficile

eroenelvento87

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Regione: Calabria
#1
Ciao a tutti,

ho 32 anni e lavoro da 5 anni presso una importante realtà con sede italiana principale al nord e ci occupiamo di componentistica e di sistemi di controllo.

Prima di raccontarvi la scelta ardua che mi accingo a fare vorrei raccontarvi molto brevemente la mia storia: ho lavorato per alcuni anni nella sede centrale ma in un reparto particolare che aveva lo scopo di portare avanti idee e progetti con ottica 5/10 anni, molto raramente con un cliente interessato a spingere. Sicuramente, il grande vantaggio è stato quello di lavorare in ambiti molto diversi tra di loro e di aver acquisito competenze trasversali; mi sono occupato di testing, di specifiche di controllo e ho acquisito una buona conoscenza di sistema spaziando dall'elettronica alla meccanica.

Un anno fa, per questioni familiari, decido di accettare una proposta del mio ex responsabile riguardante la possibilità di creare un centro R&D a un centinaio di km da casa mia, a due passi dallo stabilimento di produzione, in un contesto obiettivamente difficile ma con la possibilità di investimenti e di creare un buon link con lo stesso stabilimento produttivo. Purtroppo, per varie vicissitudini che vi risparmio, il tutto si è rivelato ben al di sotto delle aspettative e mi trovo da più di un anno a fare un lavoro che di tecnico ha veramente ben poco; il rapporto con i miei superiori si è incrinato a seguito delle mie successive lamentele e il mio gruppo di lavoro è praticamente ai margini della realtà aziendale, occupandosi di questioni marginali e di poca importanza. Inoltre, ho trovato un ambiente di lavoro inadeguato, con competenze non spendibili nel progetto; per più di un anno, la mia figura si è trovata al centro di un brutto gioco di potere che ha praticamente messo in stand-by la mia carriera.

Ho cercato cosi' di guardarmi intorno ma ahimè, mi sono reso conto che aver lavorato poco con il cliente mi ha reso poco appetibile nel mondo del lavoro. Ovviamente, avendo 32 anni, anche se con buone capacità, ho poche speranze di trovare qualcosa di non affine al mio attuale ruolo; infine, la zona in cui mi trovo non consente poi di avere chissà quali occasioni. Ho anche cercato di scendere a compromessi con la mia attuale azienda chiedendo di cambiare mansione pur mantenendo attivo il mio contributo in quello che sto facendo con esito negativo poiché significherebbe cambiare centro di costo (dalla sede centrale a quella in cui mi trovo), cosa ora impossibile.

In seguito alla situazione, ho cominciato a maturare una grossa crisi professionale che negli anni passati era come sopita; non amo particolarmente l'ambito in cui lavoro, non mi piace il ruolo, penso di avere maggiori possibilità e di poter dare notevolmente di più. Le difficoltà urante lo scorso anno mi rendevano insoddisfatto e ho cominciato, quasi per sfogo, a riprendere in mano la mia vecchia passione della robotica; ho cominciato a costruire un piccolo laboratorio a casa mia, ho ripreso in mano i sistemi embedded e mi sono interessato al machine learning.

Veniamo al dungue: quasi per caso mi si è presentata la possibilità di poter lavorare nell'ambito della computer vision (in virtu' della mia tesi di laurea di 5 anni prima affine all'argomento). Reti neurali, robotica, machine learning e data fusion sono argomenti che mi affascinano da sempre...inutile dire che per me sarebbe una liberazione. Penso anche che siano competenze difficili da trovare e che nei prossimi anni la richiesta sarà notevole.

Il grossissimo problema è che dovrei rinunciare ad un contratto a tempo indeterminato, guadagno tutto sommato bene (sui 1900 netti più premi di produzione una volta l'anno e la tredicesima) e sono in un'azienda grande in cui le occasioni possono venir fuori da un momento all'altro. Dall'altra parte, il lavoro sarebbe con un ente di ricerca (importante), si tratterebbe di un assegno di ricerca rinnovabile fino a 6 volte con poche, se non, nulle possibilità di rimanere (almeno nel breve periodo) e uno stipendio molto più basso di 1550 euro netti su 12 mensilità, insomma un bagno di sangue. Mi trovo in una situazione psicologica difficile, navigo tra la concretezza di un posto "stabile" e i sogni (giusti?) del passato. Mi muovo nella più totale incertezza...cambiare mi costerebbe un grossissimo sacrificio perché purtroppo ho le mie spese ma si tratterebbe di un investimento per il futuro? O rischio di trovarmi in una situazione ancora più difficile da gestire? Dovrei starmene zitto e buono nell'attesa che qualcosa si muova all'interno dell'azienda? E se nel frattempo mi ritrovassi a 35 anni scontento e pieno di rimorsi per non aver creduto in me?

Riassumendo:

Posto attuale:
PRO
Stipendio, Stabilità, grossa azienda
CONTRO
Sono ai margini, rapporti non più idilliaci, non sto facendo esperienza significativa

Occasione che mi si è presentata:

PRO
Ambito hot, competenze ricercate
CONTRO
Perdo molti soldi, precarietà a 32 anni, competenze da costruire

Vi ringrazio per le vostre risposte, apprezzo la sincerità...
 

Stan9411

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#2
1900 netti più premi. Se ho dipanato bene la matassa del tuo racconto lavori nello sviluppo, quindi no application e no management, da 6 anni o giù di lì, quindi neanche un senior con 15 anni di esperienza.. dimmi che azienda è che ci vengo io!!!
A parte gli scherzi se le condizioni al contorno come stipendio, benefit, comodità familiare, zona di lavoro sono buone (ottime!), io ingoierei il rospo della mancata gratificazione a livello intellettuale/professionale, in attesa di tempi migliori. Può darsi che ci possano essere cambiamenti nella tua azienda. Può darsi che si crei una opportunità davvero interessante in un’altra azienda. Dico così perché mi sento di sconsigliarti i centri di ricerca, nonostante siano il paradiso per ogni giovane ingegnere che abbia voglia di mettersi in gioco su qualcosa di innovativo: sono passato nel più importante in Italia per alcune settimane durante la mia tesi e tutti ma dico tutti i ricercatori a contratto che mi hanno dato una mano, erano consapevoli della loro precarietà e sfruttavano la loro attuale posizione solo come trampolino di lancio per future mansioni in centri R&D privati o nell’ambito accademico.
 

ale47p

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#3
penso che queste tue parole esprimano quello che in fondo in fondo tu vorresti:

... E se nel frattempo mi ritrovassi a 35 anni scontento e pieno di rimorsi per non aver creduto in me?
non voglio farti domande personali, ti dico però cosa farei io:

se avessi figli terrei duro
se avessi mutuo o affitto da pagare ci penserei
se avessi una casa di proprietà cambierei al volo

in bocca al lupo! (y)
 

PIETRO2002

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#4
Io ti direi va dove ti porta il cuore per non avere rimorsi quando avrai qualche anno in piu'!

Ma sono anche prosaico.. come diceva ale nell'intervento sopra.. hai figli? Mutuo?... lo so ti sto facendo venire piu' dubbi!

Sei in gamba, hai competenze e voglia di metterti in gioco... purtroppo siamo in Italia!

All'estero una figura come la tua volerebbe!

Tanti auguri
 

cacciatorino

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#5
Io l'ente di ricerca lo eviterei: le mie esperienze sono di una burocrazia asfissiante...
 

eroenelvento87

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#7
Ciao a tutti e grazie mille per le risposte.

Non ho mutuo né figli ma un affitto (550 più spese). E si, avete ragione, se avessi una casa di proprietà non ci penserei due volte.

Sinceramente, è psicologicamente pesante perdere tanta stabilità e sono settimane che non ci dormo la notte per capire cosa fare. So solo che quando sono a lavoro vorrei essere altrove ma non è stato sempre così.

Il mio principale dubbio non è lo stipendio perché ho affrontato tempi decisamente peggiori ma il posto in cui andrei a finire: vedo la ricerca un posto per certi versi triste, bistrattato da tutti e sempre alla mercé degli incapaci del ministero dell'istruzione. In sostanza, sono ben cosciente del fatto che lì non ho futuro... Vi giuro, mi sveglio e sorrido alla sola idea di mettermi in gioco, all'indomani invece me la faccio sotto e penso che in Italia non c'è posto per i sogni e devo essere grato di avere un contratto del genere. 😓
 
Professione: Ingegnere
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Regione: Campania
#8
Mamma mia...non mi vorrei trovare nei tuoi panni.
Mi sono trovato più di una volta con un lavoro che non mi gratificava più. In tutte le occasioni ho cambiato senza pensarci due volte, sono andato a migliorare lo stipendio, le condizioni lavorative e la situazione psicologica. Ho anche avuto molta fortuna, soprattutto di tipo familiare, con case che si sono vendute in un batter d'occhio ed una moglie che mi ha seguito senza batter ciglio.

Cambiare per prendere meno soldi però non andrebbe mai fatto. A parte l'aspetto puramente economico, crea un pericoloso precedente nel proprio curriculum.

Non sono completamente d'accordo con Cacciatorino. E' vero, in alcuni casi gli enti di ricerca sono burocraticizzati e di mestiere rigirano minestre riscaldate, ma non è sempre così. Ho avuto a che fare anche con enti di ricerca che facevano un lavoro definibile in rigoroso gergo tecnico "una figata".

Temi oggi di non essere appetibile sul mercato. Sei certo che dopo tre anni in un ente di ricerca potrai essere più appetibile per un tessuto produttivo che molto spesso la pensa come Cacciatorino? (Senza polemica eh, è un modo di pensare veicolato da fatti che accadono realmente, cercavo solo di non fare di tutta l'erba un fascio).

Ma invece cerare un lavoro diverso, più ritagliato sulle tue competenze e che sia in grado anche di pagarle quelle competenze?
 

cacciatorino

Moderatore SolidEdge
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Regione: Porto Recanati, ma con l'appennino nel cuore
#9
Non sono completamente d'accordo con Cacciatorino. E' vero, in alcuni casi gli enti di ricerca sono burocraticizzati e di mestiere rigirano minestre riscaldate, ma non è sempre così. Ho avuto a che fare anche con enti di ricerca che facevano un lavoro definibile in rigoroso gergo tecnico "una figata".
Si certo ognuno ha la sua esperienza personale. La mia e' stata quella di lavorare una settimana all'esperimento e tre a scrivere l'articolo, opure scrivere la specifica per un acquisto corposo, e poi lasciare l'incombenza di valutare le offerte a chi avrebbe preso il mio posto dopo la scadenza del mio contratto. Di contro il tipo di lavoro e il campo di applicazione (biomeccanica) erano assolutamente stimolanti e avanzate, ma i problemi di cui sopra me l'hanno reso indigesto, ma qui' devo dire che sono io ad essere inadeguato al metodo di lavoro "riflessivo" che e' richiesto nell'ambito della ricerca.
 

eroenelvento87

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#10
Mamma mia...non mi vorrei trovare nei tuoi panni.
Mi sono trovato più di una volta con un lavoro che non mi gratificava più. In tutte le occasioni ho cambiato senza pensarci due volte, sono andato a migliorare lo stipendio, le condizioni lavorative e la situazione psicologica. Ho anche avuto molta fortuna, soprattutto di tipo familiare, con case che si sono vendute in un batter d'occhio ed una moglie che mi ha seguito senza batter ciglio.

Cambiare per prendere meno soldi però non andrebbe mai fatto. A parte l'aspetto puramente economico, crea un pericoloso precedente nel proprio curriculum.

Non sono completamente d'accordo con Cacciatorino. E' vero, in alcuni casi gli enti di ricerca sono burocraticizzati e di mestiere rigirano minestre riscaldate, ma non è sempre così. Ho avuto a che fare anche con enti di ricerca che facevano un lavoro definibile in rigoroso gergo tecnico "una figata".

Temi oggi di non essere appetibile sul mercato. Sei certo che dopo tre anni in un ente di ricerca potrai essere più appetibile per un tessuto produttivo che molto spesso la pensa come Cacciatorino? (Senza polemica eh, è un modo di pensare veicolato da fatti che accadono realmente, cercavo solo di non fare di tutta l'erba un fascio).

Ma invece cerare un lavoro diverso, più ritagliato sulle tue competenze e che sia in grado anche di pagarle quelle competenze?

Secondo te, non sarebbe spendibile nemmeno un passo indietro nell'ambito del machine learning e intelligenza artificiale (Sempre che riesca a sopperire al fatto che di programmazione ho solo una buona base di matlab ma avrei da imparare molto)? Sbaglio a dire che tra poco il mercato in questi ambiti esploderà ?

Purtroppo, non ci sono aziende in zona che potrebbero sfruttare le mie competenze. Ce ne sarebbe una, ma me la sono giocata in passato rifiutando due volte le loro offerte per rimanere dove mi trovo attualmente. Quello è stato un suicidio dovuto all' inesperienza e all'ingenuità.
 

Alan91

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Software: Solidworks 2017 ; Illustrator
Regione: Emilia Romagna
#11
... Ce ne sarebbe una, ma me la sono giocata in passato rifiutando due volte le loro offerte per rimanere dove mi trovo attualmente. Quello è stato un suicidio dovuto all' inesperienza e all'ingenuità.
Prova a domandare ugualmente. Non è detto che se tu hai rifiutato per due volte significa che è assodato che non ti prendano più, a meno che tu non ci abbia già provato. In caso contrario che hai da perderci?
 

eroenelvento87

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#12
Cinh
Prova a domandare ugualmente. Non è detto che se tu hai rifiutato per due volte significa che è assodato che non ti prendano più, a meno che tu non ci abbia già provato. In caso contrario che hai da perderci?
Ci ho provato un mese fa cercando di chiarire le motivazioni del mio rifiuto. In tutta risposta ho saputo che il mio nome è in una sorta di black list per via del doppio rifiuto. Ovviamente, la black list è una ca***, la vera motivazione è che nell'ultimo periodo non ho fatto esperienze significative
 
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Regione: Campania
#13
Secondo te, non sarebbe spendibile nemmeno un passo indietro nell'ambito del machine learning e intelligenza artificiale (Sempre che riesca a sopperire al fatto che di programmazione ho solo una buona base di matlab ma avrei da imparare molto)? Sbaglio a dire che tra poco il mercato in questi ambiti esploderà ?

Purtroppo, non ci sono aziende in zona che potrebbero sfruttare le mie competenze. Ce ne sarebbe una, ma me la sono giocata in passato rifiutando due volte le loro offerte per rimanere dove mi trovo attualmente. Quello è stato un suicidio dovuto all' inesperienza e all'ingenuità.
Ti racconto la storia dell'intelligenza artificiale, perdona lo scarso rigore storico e la prolissità.

Tra gli anni trenta e quaranta l'avvento delle prime macchine elettroniche iniziò a dare dignità operativa alle speculazioni di Turing ed alle teorie di McCulloch e Pitts sulla possibilità di imitare l'architettura neurale umana realizzando qualcosa di artificiale. A fine anni '50 nacque il termine "intelligenza artificiale", forse il termine più sbagliato possibile per definire questa interessantissima tecnologia, e le crescenti capacità di calcolo fecero ipotizzare nei successivi quindici anni che l'AI avrebbe soppiantato qualsiasi altro sistema di controllo. I controllisti duri e puri ebbero difficoltà ad abbandonare tutte le loro conoscenze, ma si relegarono in un angolino, convincendosi di rappresentare una vecchia guardia che avrebbe di lì a poco smesso di contare. In particolare l'idea era che non sarebbe più stato necessario sviluppare sistemi di controllo basato sul principio dei modelli linearizzanti, modelli robusti e modelli attrattivi, i tre pilastri del controllo non lineare.

Figo eh?

Purtroppo verso la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 tutte le strutture neurali concepite, dalle MLP alle SVM, passando per SOM ed amenità varie, iniziarono a dare i primi segni di limitazioni quando si iniziò il trasferimento tecnologico verso diversi ambiti industriali. Qual era il problema? Forse proprio il nome. "intelligenza artificiale" dava l'impressione di un qualcosa di intelligente, ma non era così.

In alcuni ambiti accademici il termine "intelligenza artificiale" fu vietato, fu sostituito con "intelligenza computazionale", come per dire "guarda che è un computer, fa solo finta di essere intelligente". I professori iniziarono a prendere le distanze in modo netto da questa tecnologia.
A partire dagli anni '90 l'intelligenza artificiale era relegata al controllo di qualche lavatrice (torbitità dell'acqua), macchina fotografica compatta (auto focus, compensazione del movimento) e poco altro. In nessuna macchina industriale che si rispetti era presente l'intelligenza artificiale.
Negli ambienti accademici poi i controllisti "duri e puri" si scrollarono la polvere di dosso ed al grido di "ve l'avevamo detto noi, il controllo si basa sempre su un modello, per quanto semplificato" praticamente vietarono qualsiasi tesi, ricerca o altro che fosse legato a questa tecnologia per ragazzini nerd brufolosi.

L'intelligenza artificiale fu riportata alla cronaca nel 1996 quando Deep Blue vinse una partita di scacchi con Kasparov. Per la prima volta infatti la scelta di una mossa non era relativa solamente ad una ottimizzazione vincolata secondo la teoria dei giochi (ricordate "a beautiful mind"?), ma ad una "rete" addestrata dallo studio di milioni di partite di grandi campioni.

Verso i primi anni del nuovo millennio, l'intelligenza artificiale era proprietà dell'industria che anche è in grado di fare ricerca e sviluppo. Nonostante quindi l'accademia si stesse molto timidamente riaffacciando a questa tecnologia, la parte del leone la fece proprio lo strato produttivo mondiale. Una cosa era chiara, l'intelligenza artificiale è limitata a due ambiti principali, strutture dati linearmente separabili e clusterizzazione non assistita. Niente controllo non lineare insomma, nessuna concorrenza con i controllisti classici.
Il primo ambito tra l'altro era molto aiutato dalle teorie di Laplace che mediante il teorema di Buckingam permettono di "trasformare" un'applicazione non lineare a bassa dimensione in una che pagando lo scotto di una dimensionalità maggiore guadagna in separabilità lineare.
Nello stesso periodo si affaccia il nuovo concetto di "big data", non entro nel dettaglio, ma perché non provare con le reti neurali per fare data mining in grosse moli di dati? Le strutture neurali classiche sono naturalmente propense alla parallelizzazione, quindi prima di cambiare hardware per affrontare il problema si possono aggiungere teste pensanti. Inoltre l'analisi delle immagini si presta molto bene ad essere trattata con questa tecnologia che riesce in modo naturale a "clusterizzare", a riconoscere una banana da una mela in un cesto di frutta e poi riconoscere il concetto di "mela" e di "banana" sulla bancarella di un fruttivendolo anche senza che nessuno gli abbia insegnato la differenza tra tali due concetti.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Perché l'intelligenza artificiale è nata come moda, è morta come moda, poi è resuscitata quando le necessità si sono presentate ed oggi sta tornando ad essere una pericolosa moda. Molto interessante, sicuramente, ma dire "non ne capisco niente, ma è una figata perché tutti ne parlano, quindi investo il mio futuro" è un discorso da fare da ragazzini, non alla tua età.

Mi spiace dirlo, ma sento spessisimo parlare al bar di intelligenza artificiale e non posso fare a meno di ricordare quello che si diceva negli anni '50: "l'intelligenza artificiale è come il sesso tra adolescenti. Tutti ne parlano, nessuno sa veramente come farlo, tutti pensano che gli altri lo stiano facendo e quindi tutti sostengono di farlo".
 
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stevie

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Regione: Lombardia
#14
Ti racconto la storia dell'intelligenza artificiale, perdona lo scarso rigore storico e la prolissità.

Tra gli anni trenta e quaranta l'avvento delle prime macchine elettroniche iniziò a dare dignità operativa alle speculazioni di Turing ed alle teorie di McCulloch e Pitts sulla possibilità di imitare l'architettura neurale umana realizzando qualcosa di artificiale. A fine anni '50 nacque il termine "intelligenza artificiale", forse il termine più sbagliato possibile per definire questa interessantissima tecnologia, e le crescenti capacità di calcolo fecero ipotizzare nei successivi quindici anni che l'AI avrebbe soppiantato qualsiasi altro sistema di controllo. I controllisti duri e puri ebbero difficoltà ad abbandonare tutte le loro conoscenze, ma si relegarono in un angolino, convincendosi di rappresentare una vecchia guardia che avrebbe di lì a poco smesso di contare. In particolare l'idea era che non sarebbe più stato necessario sviluppare sistemi di controllo basato sul principio dei modelli linearizzanti, modelli robusti e modelli attrattivi, i tre pilastri del controllo non lineare.

Figo eh?

Purtroppo verso la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 tutte le strutture neurali concepite, dalle MLP alle SVM, passando per SOM ed amenità varie, iniziarono a dare i primi segni di limitazioni quando si iniziò il trasferimento tecnologico verso diversi ambiti industriali. Qual era il problema? Forse proprio il nome. "intelligenza artificiale" dava l'impressione di un qualcosa di intelligente, ma non era così.

In alcuni ambiti accademici il termine "intelligenza artificiale" fu vietato, fu sostituito con "intelligenza computazionale", come per dire "guarda che è un computer, fa solo finta di essere intelligente". I professori iniziarono a prendere le distanze in modo netto da questa tecnologia.
A partire dagli anni '90 l'intelligenza artificiale era relegata al controllo di qualche lavatrice (torbitità dell'acqua), macchina fotografica compatta (auto focus, compensazione del movimento) e poco altro. In nessuna macchina industriale che si rispetti era presente l'intelligenza artificiale.
Negli ambienti accademici poi i controllisti "duri e puri" si scrollarono la polvere di dosso ed al grido di "ve l'avevamo detto noi, il controllo si basa sempre su un modello, per quanto semplificato" praticamente vietarono qualsiasi tesi, ricerca o altro che fosse legato a questa tecnologia per ragazzini nerd brufolosi.

L'intelligenza artificiale fu riportata alla cronaca nel 1996 quando Deep Blue vinse una partita di scacchi con Kasparov. Per la prima volta infatti la scelta di una mossa non era relativa solamente ad una ottimizzazione vincolata secondo la teoria dei giochi (ricordate "a beautiful mind"?), ma ad una "rete" addestrata dallo studio di milioni di partite di grandi campioni.

Verso i primi anni del nuovo millennio, l'intelligenza artificiale era proprietà dell'industria che anche è in grado di fare ricerca e sviluppo. Nonostante quindi l'accademia si stesse molto timidamente riaffacciando a questa tecnologia, la parte del leone la fece proprio lo strato produttivo mondiale. Una cosa era chiara, l'intelligenza artificiale è limitata a due ambiti principali, strutture dati linearmente separabili e clusterizzazione non assistita. Niente controllo non lineare insomma, nessuna concorrenza con i controllisti classici.
Il primo ambito tra l'altro era molto aiutato dalle teorie di Laplace che mediante il teorema di Buckingam permettono di "trasformare" un'applicazione non lineare a bassa dimensione in una che pagando lo scotto di una dimensionalità maggiore guadagna in separabilità lineare.
Nello stesso periodo si affaccia il nuovo concetto di "big data", non entro nel dettaglio, ma perché non provare con le reti neurali per fare data mining in grosse moli di dati? Le strutture neurali classiche sono naturalmente propense alla parallelizzazione, quindi prima di cambiare hardware per affrontare il problema si possono aggiungere teste pensanti. Inoltre l'analisi delle immagini si presta molto bene ad essere trattata con questa tecnologia che riesce in modo naturale a "clusterizzare", a riconoscere una banana da una mela in un cesto di frutta e poi riconoscere il concetto di "mela" e di "banana" sulla bancarella di un fruttivendolo anche senza che nessuno gli abbia insegnato la differenza tra tali due concetti.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Perché l'intelligenza artificiale è nata come moda, è morta come moda, poi è resuscitata quando le necessità si sono presentate ed oggi sta tornando ad essere una pericolosa moda. Molto interessante, sicuramente, ma dire "non ne capisco niente, ma è una figata perché tutti ne parlano, quindi investo il mio futuro" è un discorso da fare da ragazzini, non alla tua età.

Mi spiace dirlo, ma sento spessisimo parlare al bar di intelligenza artificiale e non posso fare a meno di ricordare quello che si diceva negli anni '50: "l'intelligenza artificiale è come il sesso tra adolescenti. Tutti ne parlano, nessuno sa veramente come farlo, tutti pensano che gli altri lo stiano facendo e quindi tutti sostengono di farlo".
Punto di vista opinabile a mio modo di vedere...
 

stevie

Utente Standard
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Regione: Lombardia
#16
Definirlo una semplice moda mi sembra riduttivo...anzi credo sarà uno dei business trainanti del futuro.
Il problema è che fare ricerca senza poi appoggiarsi a solide piattaforme commerciali nel medio-lungo periodo non è sostenibile, e in Italia non vedo realtà interessate (o molto poche).
Quindi se l'amico vuole cimentarsi nel settore deve mettere in conto tra qualche anno di espatriare.
 
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Regione: Campania
#17
Definirlo una semplice moda mi sembra riduttivo...anzi credo sarà uno dei business trainanti del futuro.
Il problema è che fare ricerca senza poi appoggiarsi a solide piattaforme commerciali nel medio-lungo periodo non è sostenibile, e in Italia non vedo realtà interessate (o molto poche).
Quindi se l'amico vuole cimentarsi nel settore deve mettere in conto tra qualche anno di espatriare.
Punto di vista altrettanto opinabile.
Ti invito a leggere meglio questo passaggio chiave:
[cut] oggi sta tornando ad essere una pericolosa moda. Molto interessante, sicuramente, [cut]
La tecnologia è interessante, ma ora, grazie anche ai finanziamenti a pioggia dell'Industria 4.0, è a tutti gli effetti tornata ad essere una moda. Per un non addetto ai lavori distinguere tra un'azienda che si sta impegnando seriamente per un business duraturo ed un'altra che cavalca l'onda della moda per poi chiudere battenti potrebbe essere estremamente complesso.
 

eroenelvento87

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#18
Ti racconto la storia dell'intelligenza artificiale, perdona lo scarso rigore storico e la prolissità.

Tra gli anni trenta e quaranta l'avvento delle prime macchine elettroniche iniziò a dare dignità operativa alle speculazioni di Turing ed alle teorie di McCulloch e Pitts sulla possibilità di imitare l'architettura neurale umana realizzando qualcosa di artificiale. A fine anni '50 nacque il termine "intelligenza artificiale", forse il termine più sbagliato possibile per definire questa interessantissima tecnologia, e le crescenti capacità di calcolo fecero ipotizzare nei successivi quindici anni che l'AI avrebbe soppiantato qualsiasi altro sistema di controllo. I controllisti duri e puri ebbero difficoltà ad abbandonare tutte le loro conoscenze, ma si relegarono in un angolino, convincendosi di rappresentare una vecchia guardia che avrebbe di lì a poco smesso di contare. In particolare l'idea era che non sarebbe più stato necessario sviluppare sistemi di controllo basato sul principio dei modelli linearizzanti, modelli robusti e modelli attrattivi, i tre pilastri del controllo non lineare.

Figo eh?

Purtroppo verso la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 tutte le strutture neurali concepite, dalle MLP alle SVM, passando per SOM ed amenità varie, iniziarono a dare i primi segni di limitazioni quando si iniziò il trasferimento tecnologico verso diversi ambiti industriali. Qual era il problema? Forse proprio il nome. "intelligenza artificiale" dava l'impressione di un qualcosa di intelligente, ma non era così.

In alcuni ambiti accademici il termine "intelligenza artificiale" fu vietato, fu sostituito con "intelligenza computazionale", come per dire "guarda che è un computer, fa solo finta di essere intelligente". I professori iniziarono a prendere le distanze in modo netto da questa tecnologia.
A partire dagli anni '90 l'intelligenza artificiale era relegata al controllo di qualche lavatrice (torbitità dell'acqua), macchina fotografica compatta (auto focus, compensazione del movimento) e poco altro. In nessuna macchina industriale che si rispetti era presente l'intelligenza artificiale.
Negli ambienti accademici poi i controllisti "duri e puri" si scrollarono la polvere di dosso ed al grido di "ve l'avevamo detto noi, il controllo si basa sempre su un modello, per quanto semplificato" praticamente vietarono qualsiasi tesi, ricerca o altro che fosse legato a questa tecnologia per ragazzini nerd brufolosi.

L'intelligenza artificiale fu riportata alla cronaca nel 1996 quando Deep Blue vinse una partita di scacchi con Kasparov. Per la prima volta infatti la scelta di una mossa non era relativa solamente ad una ottimizzazione vincolata secondo la teoria dei giochi (ricordate "a beautiful mind"?), ma ad una "rete" addestrata dallo studio di milioni di partite di grandi campioni.

Verso i primi anni del nuovo millennio, l'intelligenza artificiale era proprietà dell'industria che anche è in grado di fare ricerca e sviluppo. Nonostante quindi l'accademia si stesse molto timidamente riaffacciando a questa tecnologia, la parte del leone la fece proprio lo strato produttivo mondiale. Una cosa era chiara, l'intelligenza artificiale è limitata a due ambiti principali, strutture dati linearmente separabili e clusterizzazione non assistita. Niente controllo non lineare insomma, nessuna concorrenza con i controllisti classici.
Il primo ambito tra l'altro era molto aiutato dalle teorie di Laplace che mediante il teorema di Buckingam permettono di "trasformare" un'applicazione non lineare a bassa dimensione in una che pagando lo scotto di una dimensionalità maggiore guadagna in separabilità lineare.
Nello stesso periodo si affaccia il nuovo concetto di "big data", non entro nel dettaglio, ma perché non provare con le reti neurali per fare data mining in grosse moli di dati? Le strutture neurali classiche sono naturalmente propense alla parallelizzazione, quindi prima di cambiare hardware per affrontare il problema si possono aggiungere teste pensanti. Inoltre l'analisi delle immagini si presta molto bene ad essere trattata con questa tecnologia che riesce in modo naturale a "clusterizzare", a riconoscere una banana da una mela in un cesto di frutta e poi riconoscere il concetto di "mela" e di "banana" sulla bancarella di un fruttivendolo anche senza che nessuno gli abbia insegnato la differenza tra tali due concetti.

Perché ti ho raccontato tutto questo? Perché l'intelligenza artificiale è nata come moda, è morta come moda, poi è resuscitata quando le necessità si sono presentate ed oggi sta tornando ad essere una pericolosa moda. Molto interessante, sicuramente, ma dire "non ne capisco niente, ma è una figata perché tutti ne parlano, quindi investo il mio futuro" è un discorso da fare da ragazzini, non alla tua età.

Mi spiace dirlo, ma sento spessisimo parlare al bar di intelligenza artificiale e non posso fare a meno di ricordare quello che si diceva negli anni '50: "l'intelligenza artificiale è come il sesso tra adolescenti. Tutti ne parlano, nessuno sa veramente come farlo, tutti pensano che gli altri lo stiano facendo e quindi tutti sostengono di farlo".
Grazie Fulvio per l'approfondita digressione.

Sicuramente siamo d'accordo col dire che è un argomento interessante e a mio avviso dalle notevoli applicazioni. Da controllista devo anche io dire che attualmente in industria, specie quando chi progetta il controllo, scrive il SW e chi lo calibra sono persone diverse, le reti neurali e in generali algoritmi di quel tipo non sono ben visti per ovvi motivi (anzi, già discostarsi da un approccio map based+PI è raro).

Diverso è il caso dei big data e della clusterizzazione che ben si sposano con la computer vision, ad esempio. Ecco, lì dove la quantità di dati è sterminata o dove è necessario sostituirsi in toto all'intelligenza umana (veicoli autonomi), vedo il futuro della tecnologia.

Venendo a me...io onestamente credo nell'intelligenza artificiale; ciò a cui non credo è la rivendibilità dell'esperienza nella ricerca soprattutto alla mia età. Perdere poi più di 500* euro mediamente ogni mese è pesante, mi sembra di sputare sulla fortuna. Sono onesto, se avessi la stessa occasione con un'azienda, non ci penserei due volte; lo vedrei come un investimento sicuro.

Fulvio, le cose che tu dici le ho pensate e anche io mi sono dato del ragazzino. Ecco è proprio questo il problema...vorrei tanto tornare ad essere "ragazzino" per scegliere un lavoro che più mi stimola; io sono l'esempio lampante delle conseguenze dovute al muoversi male all'interno di un'azienda e della presa di coscienza del mio valore forse ormai troppo tardi.

Io lì mi vedo rinchiuso, non capito, non sfruttato appieno, senza possibilità di sbocchi interessanti. È difficile, vorrei dare di più ma sono in guerra senza fucile, all'interno di una sabbia mobile in cui se sbraito sprofondo, vittima dell'ennesimo progetto finanziato dall'unione europea al Sud.

Non vorrei sembrare esagerato, so che c'è gente che non riesce nemmeno a mettere qualcosa in tavola, ma da un anno a questa parte andare a lavoro è diventato umiliante.

Non saprei proprio come fare a ritornare appetibile. Fino a due anni fa, ricevevo offerte mediamente ogni due mesi; ho rifiutato molto in virtù di promesse mai mantenute, per la paura di mettermi in gioco e per persone che nemmeno fanno più parte della mia vita. Ora, che sono cosciente di tutto questo, non riesco ad avere una buona occasione...
 

stevie

Utente Standard
Professione: Ingegnere meccanico
Software: Solidedge, Cosmos
Regione: Lombardia
#19
Grazie Fulvio per l'approfondita digressione.

Sicuramente siamo d'accordo col dire che è un argomento interessante e a mio avviso dalle notevoli applicazioni. Da controllista devo anche io dire che attualmente in industria, specie quando chi progetta il controllo, scrive il SW e chi lo calibra sono persone diverse, le reti neurali e in generali algoritmi di quel tipo non sono ben visti per ovvi motivi (anzi, già discostarsi da un approccio map based+PI è raro).

Diverso è il caso dei big data e della clusterizzazione che ben si sposano con la computer vision, ad esempio. Ecco, lì dove la quantità di dati è sterminata o dove è necessario sostituirsi in toto all'intelligenza umana (veicoli autonomi), vedo il futuro della tecnologia.

Venendo a me...io onestamente credo nell'intelligenza artificiale; ciò a cui non credo è la rivendibilità dell'esperienza nella ricerca soprattutto alla mia età. Perdere poi più di 500* euro mediamente ogni mese è pesante, mi sembra di sputare sulla fortuna. Sono onesto, se avessi la stessa occasione con un'azienda, non ci penserei due volte; lo vedrei come un investimento sicuro.

Fulvio, le cose che tu dici le ho pensate e anche io mi sono dato del ragazzino. Ecco è proprio questo il problema...vorrei tanto tornare ad essere "ragazzino" per scegliere un lavoro che più mi stimola; io sono l'esempio lampante delle conseguenze dovute al muoversi male all'interno di un'azienda e della presa di coscienza del mio valore forse ormai troppo tardi.

Io lì mi vedo rinchiuso, non capito, non sfruttato appieno, senza possibilità di sbocchi interessanti. È difficile, vorrei dare di più ma sono in guerra senza fucile, all'interno di una sabbia mobile in cui se sbraito sprofondo, vittima dell'ennesimo progetto finanziato dall'unione europea al Sud.

Non vorrei sembrare esagerato, so che c'è gente che non riesce nemmeno a mettere qualcosa in tavola, ma da un anno a questa parte andare a lavoro è diventato umiliante.

Non saprei proprio come fare a ritornare appetibile. Fino a due anni fa, ricevevo offerte mediamente ogni due mesi; ho rifiutato molto in virtù di promesse mai mantenute, per la paura di mettermi in gioco e per persone che nemmeno fanno più parte della mia vita. Ora, che sono cosciente di tutto questo, non riesco ad avere una buona occasione...
Scusami ma ti vorrei ricordare che hai 32 anni...non 65...
 

Stan9411

Utente Junior
Professione: Studente
Software: PTC Creo parametric, Matlab
Regione: Lombardia
#20
Il 90% dei tuoi disagi è frutto del tuo stesso malumore. Te lo dico perché anche io sono così. Scusa se mi permetto ma, come ho già detto prima, con le condizioni economiche, contrattuali e logistiche molto buone che hai ora, c’e ben poco da piangere. Quelli “nelle sabbie mobili” , sono quelli con due lauree che lavorano a 800 km da casa per 600€ Con contratto di apprendistato... e il loro affitto è di 650.....
ci tengo sempre a ricordare che si lavora per vivere, non si vive per lavorare. Se poi si trova un lavoro che ci appassiona, è quello per cui abbiamo studiato e ci permette di vivere (bene), beh allora si è fatto bingo.