LA TECNICA E LA STORIA

Exatem

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#21
FUNZIONAMENTO
Prima di effettuare una panoramica su alcuni dei fucili d'assalto più importanti, vediamo alcune caratteristiche sul funzionamento. Premesso che si dice armi automatiche perché evidentemente ne esistono anche a funzionamento manuale, spesso si parla di armi automatiche e semiautomatiche come fossero la stessa cosa. In realtà l’arma automatica è quella che svolge autonomamente diverse funzioni come estrazione ed espulsione del bossolo, ricaricamento, riarmo della catena di scatto e successiva percussione (full auto). Questo presuppone un’arma capace di sparare a raffica, cioè premendo il grilletto, si ottiene una successione di colpi che può essere libera o controllata (3 colpi consecutivi). La semiautomatica invece, spara un colpo ad ogni pressione del grilletto per poi ricaricarsi e attendere la successiva pressione sul grilletto. Quindi queste armi dovrebbero essere correttamente definite a ripetizione automatica, specificando poi il ciclo di fuoco. Ricordiamo che per le armi automatiche in Italia è vietata la vendita essendo le stesse catalogate come armi da guerra. Sotto l’aspetto meccanico, è la modalità di funzionamento del meccanismo di sparo e la sua integrazione con il gruppo di apertura/chiusura che determina le caratteristiche tra armi automatiche e semiautomatiche. Nelle armi a ripetizione manuale occorre una azione dell’utilizzatore per il ricameramento di una nuova cartuccia. Per poter rendere offensiva (cioè pronta al fuoco) l’arma, occorre inserire un caricatore e quindi “scarrellare”, cioè arretrare manualmente il carrello porta otturatore così che la prima cartuccia entri nella camera e sia armato il percussore (armi ad otturatore chiuso) o sia predisposta la massa battente (armi a otturatore aperto). Un selettore consente di modificare l’impostazione da colpo singolo a raffica controllata (3 colpi) o a raffica libera.
Il meccanismo di sparo è un complesso meccanico che costituisce la catena della cinematica di scatto. Ne fanno parte: grilletto, molle, percussore e cane. Il grilletto è alla testa di questa catena e premendolo, mette in azione tutti i dispositivi collegati. Il percussore è l’elemento terminale di questa catena.
Il percussore può essere:
• Fisso; quando fa parte integrante dell’otturatore. E’ il tipo di percussore usato nelle armi a chiusura labile che iniziano lo sparo ad otturatore aperto. Sono dette anche “a massa battente”.
• Lanciato; quando con il suo movimento determina la percussione dell’innesco. In pratica il percussore è trattenuto all’interno dell’otturatore dal sistema di scatto a riposo. Quando si preme il grilletto, le leve di rinvio liberano il percussore il quale, spinto da una molla, va a colpire la capsula di innesco. E’ il sistema usato nei fucili “Bol Action” ad otturatore girevole/scorrevole.
• Comandato (o guidato); quando per effettuare la percussione, deve a sua volta essere percosso da un altro elemento detto “cane”.
Altro componente essenziale delle armi da fuoco è il "cane", presente in tutte le armi corte mentre nei fucili da combattimento è stato ormai sostituito da nuovi tipi di percussore. Nelle armi antiche il cane era esterno e interamente visibile. Oggi è visibile solo la parte che ne permette l'azionamento manuale. Oppure è completamente coperto dalla cassa (Garand M1) o dal carrello (pistola Browning 1903). Nella parte interna agiscono la molla, il grilletto e la sicura. Premendo il grilletto, il cane scatta in avanti permettendo al percussore l'innesco della carica. L'innesco può essere colpito direttamente dal cane (quando il percussore è integrato) o da un percussore separato alloggiato nel castello. I modi per azionare lo sparo sono detti “modalità di scatto” e può essere ad azione singola (SA Single Action), a doppia azione (DA Double Action) o ad azione mista (SA/DA). Nella modalità SA, quando si preme il grilletto, viene liberato il cane o il percussore quindi questo deve essere preventivamente armato automaticamente o manualmente. Ad ogni colpo occorre armare il cane. Nella modalità DA premendo il grilletto, viene prima armato il cane (o il percussore) e poi liberato. La corsa del grilletto è più lunga ma è più sicura contro spari involontari. La maggior parte dei revolver moderni e delle semiautomatiche, usa il sistema DA. La soluzione mista è adottata nelle armi moderne e consiste nel tenere il colpo in canna con il cane disarmato sparando il primo colpo in modalità DA. I colpi successivi vengono sparati in modalità SA.
Le armi semiautomatiche sono a singola canna, la zona dove viene fatta esplodere la munizione si chiama “camera” ed ha la forma in negativo del bossolo. Quando avviene lo sparo, si sviluppa una combustione i cui gas generano una sovrapressione che lancia la palla lungo la canna. Nella direzione opposta si genera una forza, di uguale intensità e direzione opposta che spinge il bossolo verso la parte posteriore della canna. Questa forza è maggiore quanto più grande è potente la cartuccia. Serve quindi un mezzo che impedisca al bossolo di muoversi mentre la palla è ancora nella canna e quindi la pressione è ancora molto alta. La parte meccanica a ciò destinata, si chiama “otturatore”. Esso deve essere di massa sufficiente e deve essere dotato di una molla di recupero che lo faccia rimanere nella sua sede anche a fronte di munizioni di grosso calibro e quindi, di grande energia, anche se è evidente che esistono dei limiti oltre i quali non si può andare. In un arma portatile non si può avere un otturatore che pesi alcuni Kg o una molla che non si riesce a manovrare manualmente. Quindi i tecnici hanno escogitato un altro sistema per bloccare l’otturatore in sede e sbloccarlo subito dopo lo sparo. Questi sono i sistemi detti di “ritardo di apertura” o “chiusure geometriche”. Questi meccanismi vincolano otturatore e canna poi bloccano la cartuccia in camera liberandola solo dopo che la palla ha lasciato la canna. Per questo motivo l’otturatore è diviso in “otturatore” e “porta-otturatore” con le due parti che possono muoversi relativamente. Il Beretta AR 70/90 (che vedremo in seguito) utilizza questo meccanismo. Due sporgenze, dette “tenoni”, ruotando si vanno ad infilare in due sedi ricavate nella culatta. Una pista ad “S” ricavata sul porta otturatore, fa in modo che al movimento avanti-indietro corrisponda una rotazione della testina. Per far si che questo movimento avvenga in modo automatico, si spilla una parte dei gas di sparo convogliandoli ad un cilindro connesso al porta otturatore.
Un sito specializzato, da cui ho tratto alcune descrizioni, linka delle animazioni di questi funzionamenti visibili qui:

http://www.youtube.com/watch?v=c1VD1D1hLsQ&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=E6SmlOEzNBs&feature=fvwrel

http://www.youtube.com/watch?v=KLb4ejxsJxE&feature=related

http://www.youtube.com/watch?v=4fwsTe81HHQ&feature=related
 
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#22
FUNZIONAMENTO
Le armi corte generalmente non funzionano a presa di gas ma per “corto rinculo di canna”. La chiusura cioè è attuata vincolando canna e carrello-otturatore che si sbloccano dopo un lieve arretramento della canna. Ma anche qui ci sono sistemi per mantenerli vincolati finché la palla non esce dalla canna.
Come tutte le armi automatiche o semiautomatiche (mitragliatrice, pistola), il mitra sfrutta per il funzionamento l’energia dei gas generati dall’esplosione della carica. I sistemi sono due: quello a molla e quello a sottrazione di gas. Uno degli elementi fondamentali è l'otturatore. L'otturatore è quella parte di qualsiasi arma da fuoco a retrocarica, che serve per chiudere la culatta e resistere alla forza di espansione dei gas nello sparo.
Entrambi i sistemi prevedono che l’otturatore (fisso o a massa battente), collegato a una molla, sia libero di muoversi in avanti e indietro quando il grilletto è tirato. Nel caso di otturatore a massa battente l’energia dei gas, oltre a lanciare il proiettile in avanti nella canna, spinge direttamente indietro l’otturatore che, con il suo movimento, comprime una molla. Durante questa corsa l’otturatore estrae anche dalla camera di scoppio il bossolo vuoto. A fine corsa, esauritasi la forza dei gas, la molla fa scattare in avanti l’otturatore, il quale preleva un nuovo colpo dal caricatore e lo porta nella camera di scoppio, facendolo esplodere.
Nel caso della mitragliatrice MG42, una delle armi automatiche più efficienti e famose, l'otturatore viene fatto fuoriuscire in avanti nel momento che dei rulli di chiusura si aprono per bloccare l'otturatore alla canna. Il funzionamento è a corto rinculo, ossia i rulli di chiusura tengono l'otturatore bloccato alla canna e assieme rinculano per un breve tratto sino a che i rulli non trovano le loro sedi per aprirsi. A quel punto l'otturatore si sblocca, estrae la cartuccia espellendola, arriva a fine corsa e si ferma trattenuto dal grilletto (se l'operatore lo ha lasciato).
Quando lo preme nuovamente, l'otturatore avanza, sfila un colpo dal caricatore e lo camera (in questo momento il percussore è ancora dentro all'otturatore e non sporge). Continuando nel movimento in avanti adesso spinge anche la canna nel suo moto e i rulli uscendo dai loro recessi, bloccano la canna. Solo a quel punto il percussore può colpire l'innesco dando il via al nuovo ciclo.
In questo caso l'arma spara a culatta aperta il che favorisce molto il raffreddamento della canna ma provoca un fastidioso movimento dell'arma quando l'otturatore si muove poco prima della partenza del colpo, inconveniente di molto ridotto se si adopera l'arma su treppiede.
Nel sistema a Presa di Gas invece una parte dei gas vengono spillati dalla canna, entrano in un cilindro al cui interno è alloggiato un pistone mobile e sono sfruttati per il funzionamento dell'arma. In questo caso normalmente l'arma spara a culatta chiusa migliorando decisamente la precisione ma causando il surriscaldamento della canna che può arroventarsi al punto di far partire un colpo per autocombustione della carica di lancio (cook off). Il sistema prevede l’uso dei soli gas necessari al funzionamento (adattandosi automaticamente), la restante parte non utilizzata viene espulsa. La meccanica a recupero di gas ha normalmente i suoi pro e contro; tra i fattori positivi abbiamo un rinculo molto più dolce e pulito che permette di rimanere abbastanza facilmente in mira.
Il contro sta nella manutenzione che se trascurata può generare inceppamenti.
La differenza maggiore nei due sistemi è che nel corto rinculo la canna si muove e segue l'otturatore per un tratto, mentre nella presa di gas la canna è fissa.

Esiste poi un'altro sistema di funzionamento delle armi automatiche, la chiusura a rulli con sistema Vorgrimler che è simile a quello dell'MG 42 ma ha la canna fissa e l'otturatore diviso in due parti. All'atto dello sparo la parte posteriore inizia ad arretrare e costringe a chiudersi i due rulli che sono negli appositi recessi, mentre la parte anteriore dell'otturatore tiene ancora la cartuccia in canna. Il tempo impiegato dai rulli per rientrare nelle loro sedi dell'otturatore, consente alla palla di lasciare la canna e di abbassare la pressione nella stessa. A quel punto, per inerzia, il sistema continua ad arretrare ed è libero di estrarre il bossolo dall'arma, arretrare e ricamerare un altro colpo, bloccando l'otturatore con i rulli nel loro recesso. Una nota arma che usa questo sistema è l'Heckler & Koch G3.

MUNIZIONI
Abbiamo visto che le munizioni studiate per i fucili d’assalto sono state numerose ma sostanzialmente derivano tutte dal due famiglie principali. Quelle ottenute accorciando calibri esistenti “full power” (è il caso delle munizioni derivate dal 7,92 Kurz), o totalmente nuove come il 5,56 NATO. La scelta di adottare un calibro minore ha ridotto il peso della singola cartuccia permettendo al soldato di trasportarne un numero maggiore. Esistono numerosi tipi di proiettili, perforanti, traccianti, JHP,FMJ, e altri ancora.
In particolare le JHP, ossia le munizioni a Punta Cava, sono state vietate dalla Convenzione di Ginevra in quanto al contatto con il bersaglio si frammentano causando ferite devastanti. Le FMJ, note come “Full Metal Jacket”, sono proiettili con il nucleo in piombo, incamiciato in un metallo più duro come l’ottone, il rame o altri, che tendono a non deformarsi all’impatto. I traccianti hanno una concavità riempita di fosforo che si incendia producendo un segnale luminoso lungo la traiettoria. La tendenza è di mettere al terzultimo posto del caricatore un proiettile tracciante in modo che il tiratore si accorga che è l’ora di sostituire il caricatore.
Iniziamo ora la panoramica sui fucili d'assalto cominciando da quello più famoso, l'AK-47 Kalashnikov.
 

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#23
AK-47 KALASHNIKOV
Non possiamo non cominciare questa descrizione dei fucili d’assalto che dall’AK-47. Come dice Roberto Saviano in “Gomorra”: “Al mondo non esiste cosa, organica o inorganica, oggetto metallico o elemento chimico, che abbia fatto più morti dell'AK-47. Il Kalashnikov ha ucciso più della bomba atomica di Hiroshima e Nagasaki, più del virus dell'Hiv, più della peste bubbonica, più della malaria, più di tutti gli attentati dei fondamentalisti islamici, più della somma dei morti di tutti i terremoti che hanno agitato la crosta terrestre”.
L’Avtomat Kalasnikova Obrazca 1947 fu progettato da un sottufficiale carrista dell’Armata Rossa nel 1941. Michail Timofeevic Kalasnikov, che rimasto ferito nella battaglia di Bryanks, venne in seguito trasferito nella sezione “Disegno e Sviluppo Armi” dell’Esercito russo. I sovietici, che avevano compreso l’utilità di disporre di un grande volume di fuoco, rimasero favorevolmente impressionati dal StG44 tedesco e studiarono, probabilmente aiutati in questo anche da tecnici tedeschi, un fucile d’assalto che potesse utilizzare munizioni calibro 7,62 (già disponibili per il poco efficiente Simonov SKS), dalle prestazioni migliori ma più economico. L’arma fu ufficialmente pronta nel 1947 e entusiasmò le alte cariche sovietiche tanto che Kalashnikov fu insignito del Premio Stalin.
L’arma funziona a sottrazione di gas prelevato dalla canna e convogliato in un cilindro posto superiormente. Il pistone contenuto nel cilindro, trasporta un otturatore rototraslante e torna in posizione grazie ad una molla di recupero. La canna, lunga 414mm, ha 4 rigature destrose realizzate per brocciatura o per “rotomartellatura”. Tutte le parti a contatto con i gas, sono cromate per aumentarne la resistenza. Il caricatore è di tipo bifilare e può contenere 20/30 colpi; realizzato in lamiera stampata, ha la caratteristica forma a banana. Il caricatore si svincola mediante un pulsante di sgancio situato posteriormente. La prima versione aveva il castello stampato ma l’accoppiamento con altre parti fresate si rivelò problematico così anche il castello dovette essere ricavato dal pieno mediante fresatura influenzando negativamente il peso finale (di ben 4,5 Kg). Si dovrà attendere la versione AKM per avere il castello stampato. Il calcio è solitamente in legno anche se ne esistono versioni ripiegabili in tubi di acciaio saldati. Durante lo sparo, essendo privo di compensatore, l’AK-47 ha la tendenza ad “impennare” verso destra a causa della notevole massa del complesso otturatore/porta otturatore e della sua asimmetria. Per ovviare a questo, sulla versione AKM la volata è stata tagliata in modo che i gas di sparo, uscendo, imprimano una spinta verso il basso. Il mirino è di tipo aperto e per il tiro notturno può essere montata una tacca di mira fosforescente. L’arma è facile da maneggiare e da smontare, praticamente indistruttibile e potente utilizzando munizioni 7,62x39mm. La cadenza di tiro è di 600 colpi al minuto e l’arma completa pesa, nelle ultime versioni, 3.15 Kg. Nei 64 anni della sua storia, il Kalashnikov è stato prodotto in circa 100 milioni di pezzi. Adottato da almeno 50 eserciti regolari, non vi è stato conflitto, piccolo o grande che sia, che non abbia visto il fucile d’assalto russo protagonista.

M16
Antagonista dell’AK-47 , troviamo l’M16 americano e la sua versione “carabina” M4. Come abbiamo visto, une delle difficoltà nella realizzazione del fucile d’assalto, è stata individuare un munizionamento ideale allo scopo. La ricerca tedesca iniziò con il 7,92x33 e proseguì con il 7,62x39 sovietico. Gli americani si indirizzarono verso il .308 Winchester, equivalente al 7,62 NATO e in seguito con il Remington .233 equivalente al 5,56x45. Adattando al nuovo calibro un progetto di Eugene Stoner, nacque l’AR-15 noto in ambito militare come M-16. Dopo l’ordinazione di un lotto iniziale di 90.000 fucili ai quali era stato modificato l’otturatore, fonte di problemi sui prototipi, l’M16A1 è diventato l’arma tipica dell’esercito americano. Dotato di selettore sicura/colpo singolo/raffica di 3 colpi, è stata l’arma utilizzata dagli americani in Vietnam. Dal successivo M16A2 è derivato l’M4, dotato di selettore sicura/colpo singolo/raffica libera e caricatore da 30 colpi 5,56x45. Presentato la prima volta nel 1994, è stato sviluppato con il contributo dei “Berretti verdi”. Il peso è stato ridotto di circa il 50% rispetto ad un M16A2 e può essere dotato di lanciagranate M203.

ENFIELD SA-80 (L 85)
Come finì la seconda Guerra mondiale, i progettisti della “Small Arms Factory Enfield Lock”, si misero allo studio di un fucile d’assalto con cui equipaggiare le truppe britanniche denominato EM2 ma, quando fu adottata come munizione standard NATO la cartuccia da 7,62mm, il progetto dovette essere rivisto e venne parallelamente ipotizzato un munizionamento di nuova concezione da 4,85mm. Fu così creato un primo prototipo denominato IWXL65E5 ma nel frattempo la NATO scartò la munizione da 7,62 poiché eccessivamente potente per un’arma automatica e stabilì che si sarebbe dovuto adottare un unico munizionamento da 5,56mm. L’adozione della cartuccia M855 da 5,56x45mm portò alla realizzazione del IWXL70E3 denominato poi L-85. La soluzione adottata prevedeva che il grilletto fosse collocato anteriormente sia al congegno di sparo, sia al caricatore (soluzione bullpup) consentendo di limitare le dimensioni senza ridurre la lunghezza della canna. Nonostante alcuni problemi di affidabilità, l’arma venne adottata dalle forze armate inglesi e impiegata nella prima Guerra del Golfo durante la quale emersero alcuni problemi per i quali fu necessario l’intervento della H&K tedesca. Le modifiche apportate originarono la versione A2 ritenuta dal Ministero della Difesa britannico l’arma più affidabile nel suo genere. In realtà durante l’impiego in climi aridi o comunque caldi, si continuarono a lamentare problemi di affidabilità. Non essendo stata progettata per uso ambidestro, ha l’espulsione dei bossoli sul lato destro che ne limita l’impiego ai mancini.
 

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#24
FN FAL
Il famoso FAL, acronimo di “Fusil Automatique Leger”, è un fucile da battaglia calibro NATO 7,62x51, realizzato durante la Guerra Fredda dalla “Fabrique National de Herstal” di Liegi (Belgio). E’ un’arma molto popolare essendo stata adottata da molte nazioni anche non facenti parte della NATO. I primi prototipi risalgono alla fine della II GM e adottavano come munizione la 7,92 Kurtz tipica dello StG-44. L’arma venne disegnata da Dieudonne Saive e realizzata come prototipo nel 1951. Entrata in produzione del 53, si tratta di un fucile con funzionamento a gas sul modello del BAR (Browning Automatic Rifle) americano, con un pistone a corsa breve che, caricato da una molla, aziona la culatta basculante. Il caricatore può contenere da 5 a 30 colpi. E’ stato realizzato sia in versione semiautomatica che automatica e, nonostante utilizzi una potente cartuccia, ha un rinculo modesto per via del funzionamento a gas e del peso dell’arma. Infatti, la cassa è ricavata dal pieno per fresatura a differenza della maggior parte degli altri fucili da combattimento moderni che usano casse in lamiera stampata, più leggere, meno costose e, più veloci da realizzare. Uno svantaggio del FAL è la quantità di lavoro del movimento complesso dell'estrattore. Il movimento oscillante del meccanismo estrattore tende a ritornare diversamente ad ogni colpo influendo sulla precisione dell'arma. E’ stato costruito su licenza in molti paesi in oltre un milione di pezzi.

BERETTA BM-59 FAL
Nel 1951 l'Esercito Italiano adottò come arma d'ordinanza il “Garand M1” in calibro 7,62 × 63mm. La Beretta ne ottenne la licenza di produzione e fabbricò l'arma principale delle forze terrestri, il fucile di fanteria. La fabbrica italiana fu scelta per produrre la massa dei fucili (ricambi compresi), occorrenti alle divisioni di fanteria della Nato; oltre 100.000 semiautomatici Garand M1 calibro 30-06 vennero sfornati in due anni. La qualità delle armi prodotte e dei ricambi destinati a riparare i Garand originali americani fu testimoniata da diverse nazioni Nato che impiegarono quei fucili nella guerra di Corea. Ma verso la fine degli anni '50 il Garand era un arma ormai superata e la NATO stabilì le direttive per la realizzazione di nuove armi che fossero più leggere, con capacità di tiro semiautomatico e, che adottassero munizioni 7,62x51mm. Si rese quindi necessario progettare e produrre un fucile automatico completamente nuovo. Vennero presentati il "FAL" (Fusil Automatique Leger), della FN di Herstal e adottato da Belgio, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Israele, Argentina e altre 69 nazioni, e il CETME-Heckler & Koch, che ex dipendenti della Mauser avevano ricavato dal fucile d'assalto modello 1945 e che fu adottato da Spagna, Olanda, Germania Portogallo, Norvegia, Danimarca, Turchia e Italia.
La Beretta, grazie alla profonda conoscenza del disegno del Garand e della sua fabbricazione, nonchè delle sue potenziali capacità ancora sfruttabili, scelse una strada diversa. Dopo due anni di ricerche e modifiche del meccanismo del Garand, la Beretta concluse che, con pochi cambiamenti di macchinari a quelli impiegati per produrre il Garand, si poteva far fronte a tutte le specifiche della Nato a una frazione dei costi comportati da un modello di progettazione interamente nuova.
Una volta completato in modo soddisfacente il programma di progettazione del BM-59, l'arma e stata sottoposta a lunghi collaudi dalle Forze Armate italiane nel poligono sperimentale di Santa Severa, in provincia di Roma. Caratterizzata dal caricatore estraibile da 20 colpi e dal lungo compensatore trivalente, il BM-59 (Beretta Modello 1959) è lungo 1095mm, pesa 4.4 Kg (5,625 in assetto di guerra) e ha una cadenza di 750 colpi al minuto. La canna presenta una rigatura a 4 righe destrose con passo di 304,8mm con compensatore trivalente di rinculo, anti impennamento, rompifiamma. Ha un tromboncino per lanciabombe Mecar o Beretta.
Il BM-59, venduto alle Forze Armate italiane, nonchè ad Algeria, Argentina, Etiopia, Indonesia, Libia, Nigeria e Somalia, e stato largamente impiegato nelle guerre del Terzo Mondo e nelle operazioni di pace. Nigeria e Indonesia ne hanno acquistato la licenza di produzione. Il BM-60 è stato oggetto di una semplice modifica mirante a fornire il fuoco automatico pur mantenendo la precisione finora conseguita col tiro a colpo singolo. Ne sono stati prodotti oltre 120.000.

FAMAS
Progettato alla fine degli anni 60, il “Fusil d’Assault de la Manufacture d’Armes de St-Etienne” fu adottato dall’Esercito francese in via sperimentale nel decennio successivo e definitivamente a partire dal 1983. Nelle intenzioni dell’esercito di Parigi, un unica arma, leggera e potente, doveva sostituire tutti i fucili, fucili d’assalto e, pistole mitragliatrici allora in dotazione e adottare il munizionamento Standard NATO da 5,56. La prima versione, denominata F1, equipaggiò inizialmente solo alcuni reparti speciali. La versione G2, disponibile dal 1994, ha equipaggiato anche la “Marine Nationale”. Il Famas è un “bullpup” ossia un fucile in cui la camera di scoppio, l’otturatore e il caricatore sono alloggiati nel calcio, dietro al grilletto. Questa soluzione rende l’arma compatta, corta e leggera quindi, facilmente trasportabile. Il difetto è che l’espulsione dei bossoli avviene all’altezza della guancia quindi ne preclude l’uso ai mancini. Può essere equipaggiato con un lanciagranate M203, ha il selettore a 3 posizioni, colpo singolo, raffica da 3 colpi e raffica continua. Inizialmente il FAMAS denunciò problemi di affidabilità tali che dovettero essere ritirati e inviati in fabbrica per le modifiche.
I soldati francesi lo hanno soprannominato “La Trombetta”.

TAR 21
Fucile d’assalto di tipo bullpup realizzato con materiali polimerici, pesa con il caricatore inserito, 3,5 kg. Compatto e leggero, ergonomico, ambidestro, con un ritmo di fuoco di 900 colpi al minuto con munizionamento standard NATO, è un arma molto apprezzata per i combattimenti urbani e per l’impiego da parte di truppe meccanizzate. Sviluppato e realizzato dalla Israeli Military Industries rappresenta uno dei progetti più avanzati al mondo.

BERETTA AR 70/90
L’Esercito Italiano, nella necessità di sostituire l’ormai obsoleto Beretta BM 59, bandì una gara d’appalto per la fornitura di un nuovo fucile d’assalto calibro NATO Standard.
Dell’AR 70/90 5,56x45 NATO, venne iniziato lo sviluppo nel 1968 dalla “Fabbrica d’armi Pietro Beretta” in collaborazione con gli svizzeri della SIG-Sauer. La prima versione, denominata semplicemente AR70, è stata poi sviluppata, su specifiche dell’Esercito Italiano, nel modello AR 70/90. Fucile d’assalto automatico con recupero indiretto dei gas, canna rigata a 6 righe destrose con passo 178mm, ha il castello realizzato in lamiera stampata che può essere aperto per la manutenzione sul campo. La canna, internamente cromata, è rapidamente sostituibile mentre il selettore consente il colpo singolo, la raffica da 3 colpi e la raffica continua. Può essere equipaggiato con intensificatore di luce, ottica Zeiss o altri mirini.
Entrato in produzione nel 1972, fu inizialmente adottato dai reparti speciali degli Incursori di Marina, dal Reggimento San Marco, dai NOCS della Polizia di Stato. L’arma, disponibile in tre versioni (Standard, con calcio ripiegabile e con tromboncino accorciato) fu venduta anche sui mercati esteri e in particolare ha equipaggiato gli eserciti di Giordania, Malta e Malesia. Ne venne sviluppata anche una versione “mitragliatrice leggera” con caricatore a cassetta ma non ottenne il successo sperato. Nel 1985 entrò in produzione una versione migliorata e nel 90, fu adottato come fucile d’assalto standard comprendendo anche le versioni SC-70/90 (Special Carabine) destinato alle truppe alpine e, SCP-70/90 (Special Carabine Paratroopers) versione con calcio ripiegabile e tromboncino corto per paracadutisti. Le impugnature sono in plastica e può essere aggiunto un lancia granate M203, una baionetta, puntatore laser, torcia.
Tra i difetti, il peso eccessivo e una costruzione “spigolosa” pericolosa in caso di caduta o lancio con il paracadute.
 

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#25
IMI GALIL
Durante la guerra dei 6 giorni, fu bandita una gara per dotare le truppe israeliane di un fucile d’assalto. Partendo dal progetto del RK62 Finlandese (che era a sua volta derivato dall’AK47) si ottenne un fucile calibro 5,56 NATO che, derivando dall’AK47, si dimostrò affidabilissimo e preciso. Il problema principale del Galil è il peso che raggiunge i 3,9 Kg, circa 1 Kg in più del M16A1 americano pur essendo più compatto (840mm contro 986). Il Galil dispone di diversi accessori tra cui anche alcuni inusuali per un arma come ad esempio un apribottiglie; mentre più tradizionale è il visore notturno. Venne usato durante la guerra del Libano del 1982 ma non è stato in definitiva molto apprezzato dagli israeliani che lo hanno sostituito con il TAR-21 Tavor.
USAS-12
Fucile d’assalto a canna liscia prodotto dalla Sudcoreana “Daewoo Precision Industries”, è stato sviluppato nel 1980 ed è entrato in produzione dieci anni dopo. Il funzionamento è a recupero di gas e il selettore consente il funzionamento semiautomatico/automatico. Simile all’M16, utilizza caricatori a scatola da 10 colpi o a tamburo da 20 colpi. La particolarità è che il caricatore a tamburo ha la parte posteriore in polimeri trasparenti così da consentire rapidamente di verificare la disponibilità di cartucce.

HECKLER & KOCH G3
Maneggevole, semplice, preciso, queste sono le caratteristiche del HK G3 tedesco. Quando fu introdotta la munizione 7,62x51 da parte della NATO, la Germania Ovest dovette riarmare l’esercito adottando inizialmente il FN FAL e richiese al Belgio la licenza per produrre in autonomia l’arma. Ma visto il successo di vendite, il Belgio rifiutò il permesso così la Germania abbandonò l’idea di produrre il FAL e comprò la licenza dello spagnolo CETME Mod. A. La Heckler & Koch modificò il CETME e nel 1959 il “Gewehr model 3” fu adottato dalle forze armate tedesche. L’arma, che può montare anche una granata da fucile, un mirino telescopico e che, vista la sua precisione può essere utilizzato anche come fucile di precisione, è stato venduto anche a Grecia, Norvegia, Svezia, Portogallo, Turchia, Iran, Pakistan, Messico, ecc. ecc. Oltre 50 Nazioni lo hanno adottato grazie alla sua economicità e semplicità ed è stato prodotto fino al 2001 anche se alcune ditte continuano a costruirne esemplari su licenza.
 

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MBT

Utente Senior
Professione: tiro righe, compilo tabelle...
Software: non serve un software per fare quel che faccio...
Regione: nella Terra di Mezzo
#26
BERETTA BM-59 FAL
Nel 1951 l'Esercito Italiano adottò come arma d'ordinanza il “Garand M1” in calibro 7,62 × 63mm. La Beretta ne ottenne la licenza di produzione e fabbricò l'arma principale delle forze terrestri, il fucile di fanteria. La fabbrica italiana fu scelta per produrre la massa dei fucili (ricambi compresi), occorrenti alle divisioni di fanteria della Nato; oltre 100.000 semiautomatici Garand M1 calibro 30-06 vennero sfornati in due anni. La qualità delle armi prodotte e dei ricambi destinati a riparare i Garand originali americani fu testimoniata da diverse nazioni Nato che impiegarono quei fucili nella guerra di Corea. Ma verso la fine degli anni '50 il Garand era un arma ormai superata e la NATO stabilì le direttive per la realizzazione di nuove armi che fossero più leggere, con capacità di tiro semiautomatico e, che adottassero munizioni 7,62x51mm. Si rese quindi necessario progettare e produrre un fucile automatico completamente nuovo. Vennero presentati il "FAL" (Fusil Automatique Leger), della FN di Herstal e adottato da Belgio, Gran Bretagna, Germania, Olanda, Israele, Argentina e altre 69 nazioni, e il CETME-Heckler & Koch, che ex dipendenti della Mauser avevano ricavato dal fucile d'assalto modello 1945 e che fu adottato da Spagna, Olanda, Germania Portogallo, Norvegia, Danimarca, Turchia e Italia.
La Beretta, grazie alla profonda conoscenza del disegno del Garand e della sua fabbricazione, nonchè delle sue potenziali capacità ancora sfruttabili, scelse una strada diversa. Dopo due anni di ricerche e modifiche del meccanismo del Garand, la Beretta concluse che, con pochi cambiamenti di macchinari a quelli impiegati per produrre il Garand, si poteva far fronte a tutte le specifiche della Nato a una frazione dei costi comportati da un modello di progettazione interamente nuova.
Una volta completato in modo soddisfacente il programma di progettazione del BM-59, l'arma e stata sottoposta a lunghi collaudi dalle Forze Armate italiane nel poligono sperimentale di Santa Severa, in provincia di Roma. Caratterizzata dal caricatore estraibile da 20 colpi e dal lungo compensatore trivalente, il BM-59 (Beretta Modello 1959) è lungo 1095mm, pesa 4.4 Kg (5,625 in assetto di guerra) e ha una cadenza di 750 colpi al minuto. La canna presenta una rigatura a 4 righe destrose con passo di 304,8mm con compensatore trivalente di rinculo, anti impennamento, rompifiamma. Ha un tromboncino per lanciabombe Mecar o Beretta.
Il BM-59, venduto alle Forze Armate italiane, nonchè ad Algeria, Argentina, Etiopia, Indonesia, Libia, Nigeria e Somalia, e stato largamente impiegato nelle guerre del Terzo Mondo e nelle operazioni di pace. Nigeria e Indonesia ne hanno acquistato la licenza di produzione. Il BM-60 è stato oggetto di una semplice modifica mirante a fornire il fuoco automatico pur mantenendo la precisione finora conseguita col tiro a colpo singolo. Ne sono stati prodotti oltre 120.000.

BERETTA AR 70/90
L’Esercito Italiano, nella necessità di sostituire l’ormai obsoleto Beretta BM 59, bandì una gara d’appalto per la fornitura di un nuovo fucile d’assalto calibro NATO Standard.
Dell’AR 70/90 5,56x45 NATO, venne iniziato lo sviluppo nel 1968 dalla “Fabbrica d’armi Pietro Beretta” in collaborazione con gli svizzeri della SIG-Sauer. La prima versione, denominata semplicemente AR70, è stata poi sviluppata, su specifiche dell’Esercito Italiano, nel modello AR 70/90. Fucile d’assalto automatico con recupero indiretto dei gas, canna rigata a 6 righe destrose con passo 178mm, ha il castello realizzato in lamiera stampata che può essere aperto per la manutenzione sul campo. La canna, internamente cromata, è rapidamente sostituibile mentre il selettore consente il colpo singolo, la raffica da 3 colpi e la raffica continua. Può essere equipaggiato con intensificatore di luce, ottica Zeiss o altri mirini.
Entrato in produzione nel 1972, fu inizialmente adottato dai reparti speciali degli Incursori di Marina, dal Reggimento San Marco, dai NOCS della Polizia di Stato. L’arma, disponibile in tre versioni (Standard, con calcio ripiegabile e con tromboncino accorciato) fu venduta anche sui mercati esteri e in particolare ha equipaggiato gli eserciti di Giordania, Malta e Malesia. Ne venne sviluppata anche una versione “mitragliatrice leggera” con caricatore a cassetta ma non ottenne il successo sperato. Nel 1985 entrò in produzione una versione migliorata e nel 90, fu adottato come fucile d’assalto standard comprendendo anche le versioni SC-70/90 (Special Carabine) destinato alle truppe alpine e, SCP-70/90 (Special Carabine Paratroopers) versione con calcio ripiegabile e tromboncino corto per paracadutisti. Le impugnature sono in plastica e può essere aggiunto un lancia granate M203, una baionetta, puntatore laser, torcia.
Tra i difetti, il peso eccessivo e una costruzione “spigolosa” pericolosa in caso di caduta o lancio con il paracadute.
ho usato entrambi, (FAL e SC) durante il servizio di Naja...
personalmente, preferivo il FAL anche se più pesantino.

domanda (provocatoria)...
sapete (Exa) perchè si è passati dal 7.62 del Garand (o FAL) al 5.56 del M16 (o dell'SC) ???? :tongue:
 

Exatem

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#27
ho usato entrambi, (FAL e SC) durante il servizio di Naja...
personalmente, preferivo il FAL anche se più pesantino.

domanda (provocatoria)...
sapete (Exa) perchè si è passati dal 7.62 del Garand (o FAL) al 5.56 del M16 (o dell'SC) ???? :tongue:
Uno dei motivi non è questo?

MUNIZIONI
Abbiamo visto che le munizioni studiate per i fucili d’assalto sono state numerose ma sostanzialmente derivano tutte dal due famiglie principali. Quelle ottenute accorciando calibri esistenti “full power” (è il caso delle munizioni derivate dal 7,92 Kurz), o totalmente nuove come il 5,56 NATO. La scelta di adottare un calibro minore ha ridotto il peso della singola cartuccia permettendo al soldato di trasportarne un numero maggiore...  
 

MBT

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#28
Uno dei motivi non è questo?
si
ma c'è altro
lessi da qualche parte, tempo fa, che la scelta, oltre per un fattore peso, avvenne in seguito a uno studio approfondito
il 7.62 se ti colpisce ti fa secco. Colpi di striscio a parte, ovviamente
diciamo che è più facile uccidere con un 7.62 che con un 5.56
però, psicologicamente parlando, un morto non fa impressione e "costa" poco
usare un 5.56 vuol dire avere maggiori probabilità di ferire l'avversario, più o meno gravemente.
Un ferito, però, costa! Devi recuperarlo, trasportarlo al sicuro, curarlo...
ed è un forte deterrente per chi combatte, che al fianco si trova un amico vivo ma inabile al combattimento e che implora soccorso.

La scelta, quindi, sembra strategica oltre che fisica
 

Er Presidente

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#29
si
ma c'è altro
lessi da qualche parte, tempo fa, che la scelta, oltre per un fattore peso, avvenne in seguito a uno studio approfondito
il 7.62 se ti colpisce ti fa secco. Colpi di striscio a parte, ovviamente
diciamo che è più facile uccidere con un 7.62 che con un 5.56
però, psicologicamente parlando, un morto non fa impressione e "costa" poco
usare un 5.56 vuol dire avere maggiori probabilità di ferire l'avversario, più o meno gravemente.
Un ferito, però, costa! Devi recuperarlo, trasportarlo al sicuro, curarlo...
ed è un forte deterrente per chi combatte, che al fianco si trova un amico vivo ma inabile al combattimento e che implora soccorso.

La scelta, quindi, sembra strategica oltre che fisica
Leggende, il 7.62 e' ancora amato da chi usa un semiautomatico (Inglesi), Attraversa i muri e colpisce piu' lontano, la vera "legge" amata da chi e' in guerra e' che tutto quello che colpisci non di deve rialzare.
L'avvento delle armi automatiche al alto rateo di fuoco ha messo in crisi la logistica e la mobilità degli uomini.
Quando ero militare avevo un FAL, arma automatica da 7.62 NATO derivata dal Garant, in tenuta da combattimento con 30 kg di munizioni addosso avevi una autonomia di fuoco di qualche minuto, con 100 soldati armati cosi' servivano i TIR di munizioni per tenerli "alimentati".
Cento fucilieri Inglesi con armi semiautomatiche potevano sopravvivere una settimana con quello che noi consumavamo in un giorno.
Ridurre il calibro e' stata una scelta obbligata, con 30 kg di munizioni addosso, oggi, un marine puo' stare "a posto" sparando per mezz'ora di fila (due o tre giorni di autonomia in zona di combattimento).
 
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#30
Maledetti!
E io che il militare non l'ho fatto!!!

(per fortuna, non ho perso un anno di lavoro, ma escluso questo, mi sarebbe piaciuto...)
 

marcof

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#31
si
ma c'è altro
lessi da qualche parte, tempo fa, che la scelta, oltre per un fattore peso, avvenne in seguito a uno studio approfondito
il 7.62 se ti colpisce ti fa secco. Colpi di striscio a parte, ovviamente
diciamo che è più facile uccidere con un 7.62 che con un 5.56
però, psicologicamente parlando, un morto non fa impressione e "costa" poco
usare un 5.56 vuol dire avere maggiori probabilità di ferire l'avversario, più o meno gravemente.
Un ferito, però, costa! Devi recuperarlo, trasportarlo al sicuro, curarlo...
ed è un forte deterrente per chi combatte, che al fianco si trova un amico vivo ma inabile al combattimento e che implora soccorso.
La scelta, quindi, sembra strategica oltre che fisica
Il passaggio dal 7.62 al 5.56 è stato dettato anche dalla difficoltà pratica del controllo dell'arma nel tiro a raffica. Con l'M14 in 7.62 ci vuole una certa prestanza fisica e non poco addestramento per restare sul bersaglio anche con raffiche brevi. Con il 5.56 qualsiasi soldato di leva spedito in Vietnam dopo due mesi di addestramento era in grado bene o male di sparare a raffica (quando l'M16 gli funzionava...) restando nella direzione del nemico invece che fare un giro completo come succedeva con l'M14 (che però funzionava sempre) :smile:

Per contro il velocissimo 5.56 non è adatto per tiri a lunga distanza ed è molto sensibile a qualsiasi ostacolo sulla traiettoria (foglie, pioggia e vento) e ancora oggi il 7.62 è usato per tutti i tiri di precisione
 

Exatem

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#32
Leggende, il 7.62 e' ancora amato da chi usa un semiautomatico (Inglesi), Attraversa i muri e colpisce piu' lontano, la vera "legge" amata da chi e' in guerra e' che tutto quello che colpisci non di deve rialzare.
L'avvento delle armi automatiche al alto rateo di fuoco ha messo in crisi la logistica e la mobilità degli uomini.
Quando ero militare avevo un FAL, arma automatica da 7.62 NATO derivata dal Garant, in tenuta da combattimento con 30 kg di munizioni addosso avevi una autonomia di fuoco di qualche minuto, con 100 soldati armati cosi' servivano i TIR di munizioni per tenerli "alimentati".
Cento fucilieri Inglesi con armi semiautomatiche potevano sopravvivere una settimana con quello che noi consumavamo in un giorno.
Ridurre il calibro e' stata una scelta obbligata, con 30 kg di munizioni addosso, oggi, un marine puo' stare "a posto" sparando per mezz'ora di fila (due o tre giorni di autonomia in zona di combattimento).
Non a caso Patton disse:
Lo scopo della guerra non è morire per il proprio paese bensì fare in modo che l'altro bastardo muoia per il suo.
e Rommel:
In un combattimento da uomo a uomo, il vincitore è colui che ha una munizione in più nella sua riserva.
Insomma...non proprio due a caso.

...Per contro il velocissimo 5.56 non è adatto per tiri a lunga distanza ed è molto sensibile a qualsiasi ostacolo sulla traiettoria (foglie, pioggia e vento) e ancora oggi il 7.62 è usato per tutti i tiri di precisione
Per i tiri di precisione a lunga distanza, cioè il lavoro dello sniper, ci sono fucili che sorprendono. Carlos Norman Hathcock II centrò un viet da una distanza di 2500 yarde (2286 m) con una Browning M2 caricata con cartucce BMG .50 e corredata di un’ottica telescopica anche se abitualmente usava un Winchester Model '70.
Dall'idea di Hathcock di usare una mitragliatrica armata dalla cartuccia BMG 50 è derivato il fucile M82 Barrett (light fifty). Un fucile semiautomatico a recupero di gas, prodotto dalla Barrett Firearms Company. Si tratta di un fucile di precisione anti-materiale in calibro .50 BMG (12,7 × 99 mm NATO) nell'immagine allegata.
 

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#33
Leggende, il 7.62 e' ancora amato da chi usa un semiautomatico (Inglesi), Attraversa i muri e colpisce piu' lontano, la vera "legge" amata da chi e' in guerra e' che tutto quello che colpisci non di deve rialzare.
...
non si discute. Anch'io preferivo il FAL al SC.
Però... in effetti è una potenza inutile nel caso di combattimenti in aree chiuse. Come pretendere di far fuoco con una pistola .44 da 10 metri. Il bersaglio lo polverizzi, ma... serve? Forse un calibro 9 è più che adeguato.

Il passaggio dal 7.62 al 5.56 è stato dettato anche dalla difficoltà pratica del controllo dell'arma nel tiro a raffica. Con l'M14 in 7.62 ci vuole una certa prestanza fisica e non poco addestramento per restare sul bersaglio anche con raffiche brevi. Con il 5.56 qualsiasi soldato di leva spedito in Vietnam dopo due mesi di addestramento era in grado bene o male di sparare a raffica (quando l'M16 gli funzionava...) restando nella direzione del nemico invece che fare un giro completo come succedeva con l'M14 (che però funzionava sempre) :smile:
anche questo è vero.
Va però detto che M16 (e successivamente AR 70/90) hanno il selettore per tiro a raffica limitato a tre colpi. M14 o FAL questo non ce l'hanno. I tre colpi li deve limitare il tiratore

Non a caso Patton disse:
Lo scopo della guerra non è morire per il proprio paese bensì fare in modo che l'altro bastardo muoia per il suo.
e Rommel:
In un combattimento da uomo a uomo, il vincitore è colui che ha una munizione in più nella sua riserva.
Insomma...non proprio due a caso.
anzi.. due che sapevano bene il loro mestiere

possiamo dire che il passaggio da 7.62 a 5.56 si ha avuto per tutta una serie di buoni motivi. La munizione che tempo fa era "la migliore" è col tempo diventata obsoleta, in favore di un'altro calibro che è diventato il "miglior compromesso" tra potere d'arresto, leggerezza, precisione...


Per i tiri di precisione a lunga distanza, cioè il lavoro dello sniper, ci sono fucili che sorprendono. Carlos Norman Hathcock II centrò un viet da una distanza di 2500 yarde (2286 m) con una Browning M2 caricata con cartucce BMG .50 e corredata di un’ottica telescopica anche se abitualmente usava un Winchester Model '70.
Dall'idea di Hathcock di usare una mitragliatrica armata dalla cartuccia BMG 50 è derivato il fucile M82 Barrett (light fifty). Un fucile semiautomatico a recupero di gas, prodotto dalla Barrett Firearms Company. Si tratta di un fucile di precisione anti-materiale in calibro .50 BMG (12,7 × 99 mm NATO) nell'immagine allegata.
eh, i cecchini...
ma quelli sono armi particolari, bolt-action generalmente
 

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#34
...

possiamo dire che il passaggio da 7.62 a 5.56 si ha avuto per tutta una serie di buoni motivi. La munizione che tempo fa era "la migliore" è col tempo diventata obsoleta, in favore di un'altro calibro che è diventato il "miglior compromesso" tra potere d'arresto, leggerezza, precisione...
In verità e' stata una scelta travagliata e ancora non definitiva.
Se il .30 era troppo pesante il .22 si e' rivelato da subito troppo "leggero".
La scelta dell'M16 e' stata una delle piu' criticate e, forse, infauste di sempre.
Adesso si e' alla ricerca di un nuovo compromesso e nuovi calibri intermedi si stanno facendo strada.

P.S.: McNamara non e' stato un ciclone solo in aviazione...:)
 

Exatem

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#36
... in effetti è una potenza inutile nel caso di combattimenti in aree chiuse. Come pretendere di far fuoco con una pistola .44 da 10 metri. Il bersaglio lo polverizzi, ma... serve? Forse un calibro 9 è più che adeguato.
Praticamente quanto dicevo qui:

... L'obbiettivo era di realizzare un'arma che combinasse la precisione a colpo singolo, la gittata e la elevata potenza d'impatto dei classici fucili dell'epoca con la possibilità di offrire fuoco automatico a distanza ravvicinata e fungere così da arma automatica; un'arma completa, in grado di adattarsi alle situazioni sul campo...
 

marcof

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#37
Praticamente quanto dicevo qui:
=exatem
... L'obbiettivo era di realizzare un'arma che combinasse la precisione a colpo singolo, la gittata e la elevata potenza d'impatto dei classici fucili dell'epoca con la possibilità di offrire fuoco automatico a distanza ravvicinata e fungere così da arma automatica; un'arma completa, in grado di adattarsi alle situazioni sul campo..
Beh, l'obbiettivo non è che sia stato proprio raggiunto.
Il 5.56, benchè sia stato adottato "per forza" da tutti i paesi NATO, è oggetto di lamentele continue fin dalla guerra del Vietnam.
Troppo sensibile agli ostacoli, comprese le foglie della jungla per la quale è nato
Estremamente efficace a distanza ravvicinata ma altrettanto poco performante a distanze medie (sopra i 200 metri per intenderci) soprattutto su bersagli protetti. Per questo a partire dalla prima guerra in Iraq c'è stata a grande richiesta la reintroduzione di numerosi, ma tanti tanti, M1A
Usato su canne corte come quelle dell'M4 è estremamente instabile a distanze medie.
Il proiettile ha una spiccata tendenza al ribaltamento dopo aver colpito il bersaglio er per ovviare si utilizza da anni una variante per il tiro di precisione (in poligono) che ha la punta con un piccolo foro e la prima parte dell'ogiva vuota; quando colpisce i tessuti e non il bersaglio di carta si comporta quasi come un proiettile a espansione usato per la caccia. Alla faccia dell'obbligo di usare proiettili FMJ proprio per creare ferite meno gravi.

Sono vent'anni che stanno facendo prove per cambiarlo limitando nel cpntempo i costi per la sostituzione o la modifica delle armi già in dotazione.
L'obbiettivo è una valida via di mezzo tra il 5.56 e il 7.62 e l candidato pare sia il 6.8 PSC
 

marcof

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#38
Per i tiri di precisione a lunga distanza, cioè il lavoro dello sniper, ci sono fucili che sorprendono.
(cut)
Dall'idea di Hathcock di usare una mitragliatrica armata dalla cartuccia BMG 50 è derivato il fucile M82 Barrett (light fifty).
Beh, non è che si usi costantemente il .50, anzi... Portarsi dietro 20 Kg tra fucile e munizioni non è porprio il massimo per le operazioni sul campo che richiedono lo spostamento continuo.
Se non devi colpire un nemico a 1500 metri nascosto dietro un muro di mattoni il 7.62, nelle varie versioni di arma che lo camera, è certamente il calibro d'eccellenza per lo sniper che raramente, in azione e in appoggio al resto della sua unità, si trova a dover sparare oltre i 4-500 metri di distanza, che ti assicuro sono davvero tanti per coplire un bersaglio che non sta fermo come un foglio di carta al poligono...
 

Exatem

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#39
Gli U-BOOTE tipo XXIII

Durante la II guerra mondiale gli U-Boote tedeschi adottarono la tattica dell’attacco notturno in emersione ai convogli con i così detti “branchi di lupi”. I successi iniziali conseguiti dai sommergibili tipo VII e IX, che costituivano il grosso della flotta sottomarina germanica, furono notevoli. Ma dal 1943 gli alleati cominciarono a servirsi del Radar e di sistemi di intercettazione delle radiocomunicazioni a onde corte e la vita per gli equipaggi di U-boot divenne estremamente difficile e rischiosa. La navigazione in superficie comportava di essere avvistati dalla ricognizione aerea o scoperti dagli strumenti di ricerca installati sulle navi ma le unità dell’epoca non avevano alternative. In immersione i sommergibili erano ancora troppo lenti e la loro autonomia limitata. Si rendeva necessario lo sviluppo di un nuovo battello che riportasse il sommergibile in condizione di vantaggio.
I tecnici tedeschi si orientarono su due direttrici: Lo sviluppo del già collaudato tipo VII C/42 e, l’elaborazione di un progetto totalmente nuovo di un sommergibile oceanico ad alta velocità in immersione. Questa seconda opzione sarebbe stata possibile dall’adozione della turbina Walter a perossido di idrogeno.
E mentre sui tavoli da disegno iniziava a prendere forma il Type XVIII nell’autunno del 44 veniva avviata la produzione in serie dei primi VII C/42. Intanto, per acquisire utili informazioni e indicazioni sull’innovativo sistema di propulsione, vennero realizzati quattro piccoli sommergibili Walter (U792-U795) la cui consegna era prevista per l’inizio del 1945. La necessità di avere un battello ad alte prestazioni subacquee, spinse il Direttore delle Costruzioni Navali Oelfken che lavorava nella divisione K II U (sommergibili) dell'Hauptam Kriegsschiffbau (Ufficio centrale delle costruzioni navali militari) a proporre l’installazione di un apparato motore elettrico potenziato (accumulatori tre volte maggiori e potenza elettrica installata due volte e mezza superiore al tipo IX C ), nello scafo di un Walter XVIII. Questa soluzione per così dire “ibrida”, avrebbe consentito di avere un sommergibile con una velocità in immersione di oltre 18 nodi. Nasceva il “papà” dei moderni sottomarini, il Tipe XXI (di cui abbiamo parlato nel “La nave elettrica”). Potendo contare su un apparato motore ampiamente collaudato e affidabile, il XXI poteva essere realizzato in tempi notevolmente ridotti superando in prestazioni il VII C/42 pertanto l’Ammiraglio Doentiz ne ordinò l’immediata produzione in grande serie per la quale si adottò la costruzione modulare. L’Ufficio costruzioni pianificò la messa in cantiere dei XXI oltre ai VII C/42 già commissionati e 180 piccoli battelli costieri Walter tipo XVIIG, XVIIB e XXII che sarebbero potuti essere schierati in breve tempo.
Oelfken volle inoltre sperimentare le prestazioni du uno scafo tipo XII con un impianto motore elettrico potenziato. La progettazione preliminare mise in evidenza come il peso degli accumulatori e dell’impianto diesel-elettrico su una unità di così piccole dimensioni comportasse la necessità di incrementare notevolmente il dislocamento. Dello sviluppo dei piccoli sommergibili costieri l’Ammiraglio Doenitz era piuttosto scettico preferendo invece lo studio di nuovi battelli oceanici necessari per la guerra in Atlantico.
Nonostante questa avversione, Doenitz riconobbe che il modello XXII poteva rivelarsi utile sul fronte Mediterraneo e nel Mar Nero quindi richiese quale requisito fondamentale, che i nuovi piccoli sommergibili fossero trasportabili su ferrovia e che imbarcassero tubi di lancio da 7 metri. Questa specifica pesò notevolmente sul progetto che alla fine dello sviluppo, nel luglio 1943, mostrava poche somiglianze dall’idea di partenza. Fu denominato Tipo XXIII.
Per accelerarne la produzione si optò dove possibile, su apparecchiature già esistenti che avevano l’ulteriore vantaggio di essere già ampiamente collaudate e affidabili. Il motore prescelto fu quindi l’MWM RS34 S, un motore a sei cilindri della potenza di 580 Hp, sviluppato a partire dal 1938 quale gruppo generatore per le corazzate classe Bismarck. Il motore elettrico era quello dei VIIC e come gruppo di batterie, vennero adottate 64 accumulatori del tipo MAL 740, in luogo delle 124 già in uso sui Tipo IXC, modificandole però in doppia cella per raggiungere la tensione necessaria di 240V. La trasportabilità su carri ferroviari costrinse i progettisti a suddividere gli scafi in quattro sezioni ma, per poter soddisfare la specifica dei tubi di lancio, la sezione di prora dovette rinunciare alla possibilità di ricarica dall’interno, così per i tubi si adottarono degli impianti a stantuffo già in produzione. La sezione centrale era invece condizionata dal periscopio di 7,5 metri e dalla torretta. Inizialmente si era pensato di dotare il battello di numerose valvole di allagamento in modo da ridurre i tempi di immersione ma ci si rese presto conto che questa soluzione era causa di una eccessiva resistenza idrodinamica che vanificava le prestazioni subacquee.
Secondo i progettisti il XXIII avrebbe avuto, rispetto al battello Tipo II C, sommergibile costiero allora in servizio, autonomia in superficie identica mentre quella in immersione era quattro volte superiore. Inoltre la velocità in immersione sarebbe stata almeno doppia. Intanto, mentre lo sviluppo andava avanti, si rese disponibile lo Snorkel che consentiva di operare rimanendo costantemente immerso. Questo rese superflua l’adozione di sistemi contraerei e consentì di fare a meno di un vero e proprio ponte di coperta.
Definito così il progetto di massima, si calcolavano in 7 mesi i tempi necessari alla realizzazione e all’allestimento del primo prototipo a cui avrebbe fatto seguito, a partire dal marzo del 44, una fornitura mensile di 20 battelli. Di fronte a questi dati incoraggianti, Doenitz sciolse le ultime riserve e dall’agosto del 1943, decise di interrompere la costruzione dei previsti battelli Walter in favore dei XXIII elettrici. L’Ingeniurburo Gluckauf (IBG) di Blankenburg-Alberstadt, ossia l’Ufficio Costruzioni Subacquee dipendente dal Comitato Centrale per le Costruzioni Navali (HAS) del Ministro Albert Speer, iniziò così la realizzazione dei disegni costruttivi da destinare ai cantieri sulle coste del Mediterraneo e del Mar Nero quindi, in territorio estero. Il solo cantiere nazionale Deutsche Werft di Amburgo-Finkenwerder fu prescelto alla realizzazione dei XXIII ma venne designato quale capo commessa di tutte le costruzioni anche all’estero. Il 20 settembre 1943 fu firmato un contratto per la fornitura di 140 Tipo XXIII così ripartiti: 50 nel cantiere tedesco, 30 dai cantieri Ansaldo di Genova, 30 dall’arsenale di Tolone in Francia, 15 nei Cantieri Riuniti dell’Adriatico di Monfalcone e altri 15 dai cantieri Nicolajev del Mar Nero anche se poi, in seguito agli sviluppi negativi delle operazioni militari a est, quest’ultimo fu sostituito dai cantieri di Linz.
Avendo già felicemente sperimentato la costruzione modulare con i Tipo XXI, la costruzione a sezioni dei XXIII non ebbe particolari difficoltà. Le sezioni di scafo, realizzate nelle acciaierie tedesche, erano inviate via treno alla Deutesche Werft (e ad altri cantieri destinati all’allestimento) dove erano state approntate quattro linee di montaggio, una per ogni sezione costituente lo scafo. Le sezioni ultimate erano poi trasportate sullo scalo dove si procedeva ad unirle. Dal momento della posa sullo scalo delle quattro sezioni, alla saldatura e al successivo allestimento finale, occorrevano otto settimane. La profondità operativa normale era di 100 metri. Questo garantiva, secondo le norme tedesche, un coefficiente di sicurezza di 2,5 per cui la quota di collasso era calcolata in 250 metri. In seguito calcoli effettuati dopo la fine della guerra, apparve però probabile che il limite di sicurezza fosse in realtà inferiore ai 250 metri. Nel corso di una prova di immersione condotta il 24 gennaio del 1945 al largo della Norvegia dall'U 2324,fu raggiunta una quota di prova pari al 60 per cento dell'immersione pericolosa (cioè 150metri):non furono segnalati danni ma quella quota costituiva probabilmente anche un limite oltre il quale era irragionevole andare.
(segue...)
 

Exatem

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#40
(...segue)
I ritardi sull’approntamento dei disegni e sulla fornitura degli elementi prefabbricati, fecero slittare di otto settimane il termine inizialmente previsto. Inoltre, fatto assai più grave, a causa delle installazioni supplementari che erano state richieste, il peso del battello era cresciuto oltre il limite e il battello rischiava di non essere più in grado di galleggiare. I calcoli confermarono questa ipotesi quindi si decise di interporre tra le sezioni 3 e 4, un ulteriore elemento di 2,2 metri denominato “sez. 3° - cerniera Oelfken”.
Il 17 aprile 1944 il primo XXIII, l’U2321, la cui costruzione era iniziata il 10 marzo, veniva finalmente varato. Come tutti i prototipi, anche l’U2321 necessitava di un periodo di messa a punto che si prolungarono fino al 12 giugno 1944 cioè 4 mesi oltre la data di consegna prevista.
La produzione di questo piccolo innovativo U-Boot era estremamente importante per le sorti del Reich ma il ritmo di produzione rimaneva ben lontano da quanto era stato programmato. In particolare alcuni cantieri stranieri erano rimasti tagliati fuori a causa dell’andamento della guerra così anche i cantieri tedeschi Germaniawerft di Kiel furono coinvolti nel progetto con la prospettiva di realizzare 185 unità entro la fine del 1945. A conferma dell’importanza attribuita al programma, Johann Koehnenkamp, direttore dei cantieri Stulcken & Sohn di Amburgo, fu nominato responsabile del progetto e gli furono attribuiti pieni poteri. Ma la guerra era irrimediabilmente persa e a seguito dello sbarco in Francia meridionale degli Alleati, anche il cantiere di Tolone uscì dalla scena così come Linz, Monfalcone e Genova (in quest’ultimo si era iniziata la costruzione senza però realizzare neanche una unità). Rimanevano solo i cantieri germanici di Finkenwerder e Kiel costantemente sotto la minaccia dei bombardamenti aerei a cui si decise di far fronte trasformando le officine in veri e propri bunker. Ma al programma XXIII si erano nel frattempo aggiunti quelli del XXVI Walter e del tascabile Seehund così sii rese necessaria una diversa ripartizione dei carichi di lavoro. La costruzione dei XXIII fu affidata completamente ai cantieri di Kiel. Secondo le intenzioni nel bunker “Kilian” dovevano essere realizzate le sezioni che poi venivano assemblate nel bunker “Konrand” con un ritmo di 10 unità al mese e l’intero programma fu esteso a 260 battelli.
Ma alla fine del 1944 era ormai evidente l’impossibilità della realizzazione di tale pianificazione così il programma fu ridotto a 140 per i quali sembrava assicurata la disponibilità del materiale necessario. Quale conseguenza del peggioramento della situazione bellica, le forniture di materiali da costruzione diventarono sempre più precarie tanto che poterono essere completati solo 49 battelli entro aprile del 1945. Il numero dei XXIII veniva continuamente rivisto fino al così detto “programma di emergenza” che prevedeva il completamento solo di quei battelli di cui fossero già pronte le sezioni da assemblare, in tutto 25 unità del tipo XIII,di cui 11 con rivestimento “Alberich”. Questo era un rivestimento in gomma il cui scopo era di assorbire le emissioni acustiche degli ASDIC proteggendoli quindi dalla caccia nemica.
In tutto furono consegnati gli U-Boote U2321-U2331, U2334-U2371, U2332-U2333, U4701-U4712. Di questi, 19 riuscirono a raggiungere le basi in Norvegia e sei di essi, compirono diverse missioni alla foce del Tamigi affondando sei mercantili senza subire perdite confermando così le qualità del progetto soprattutto se si tiene conto della scarsa dotazione di siluri (solamente due per battello). Alla fine del conflitto tutti i XXIII presenti in acque tedesche si autoaffondarono mentre solo quelli che si trovavano in Norvegia o in navigazione, si consegnarono agli Inglesi. L’U2326 venne acquisito dalla Francia e affondò nel dicembre 1946 con tutto l’equipaggio al largo di Tolone durante delle prove di immersione alla massima profondità. L’U2352 fu consegnato all’URSS. L’U4706, dopo un periodo di sperimentazione degli inglesi, fu affidato alla Norvegia dove prestò servizio fino al 1950 quando si verificò una esplosione con conseguente incendio a bordo. Tutti gli altri battelli sopravvissuti furono affondati a nord dell’Irlanda.
Nel 1956 furono recuperati l’U2365 e l’U2367 che già da 11 anni riposavano a oltre 50 metri di profondità. Le eccellenti condizioni di conservazione permisero alla Howaldtswerke di Kiel di rimetterli in completa efficienza dopo meno di un anno di lavori. Per la ricostruzione dell’arma subacquea della Bundsmarine, i due XXIII furono rimessi in servizio con i nomi di HAI (ex U 2365) ed HECHT (ex U 2367) dove prestarono servizio come battelli scuola per circa dieci anni. Nel 1963 i generatori diesel furono sostituiti con uno dello stesso tipo di quelli imbarcati sui battelli classe 202/205, questo comportò l’allungamento degli scafi di 1,2 metri inoltre altre modifiche riguardarono la torre e lo scafo che migliorarono le caratteristiche idrodinamiche. Ma a causa delle modifiche apportate al sistema di ventilazione del diesel, esisteva la possibilità, in condizioni di mare agitato, con schnorchel non estratto e ventola aperta, che dell'acqua di mare penetrasse nello scafo attraverso lo schnorchel stesso. Questo si rivelò fatale per l’Hai che il 14 settembre 1966 affondò nel Mare del Nord portando con se tutto l’equipaggio tranne un marinaio che si salvò. Il battello fu poi recuperato per le indagini e venne in seguito demolito. Il gemello Hecht rimase invece in servizio fino al 1968.
Il XXIII ha segnato una svolta nel progetto di unità subacquee costiere ed è stato ispiratore per le successive classi 206 e 207 delle Bundesmarine e della Marina Norvegese.
 

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