LA TECNICA E LA STORIA

Exatem

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#1
Questo è un Forum tecnico ma io, troppo spesso, mi faccio prendere dalla mia seconda passione che è la storia delle due guerre mondiali.
Fortunatamente molti amici/colleghi sopportano questa mania e subiscono senza lamentarsi le filippiche con cui tempesto il forum stesso.
Ma ogni tanto la Storia mi da lo spunto per affrontare la stessa sotto un aspetto più tecnico e quindi, inerente a Cad3d.
Per questo motivo, apro questa rubrica in cui analizzare i mezzi più significativi. Oggi per cominciare, vi voglio parlare di un mezzo che ha assunto un ruolo di simbolo di tale contesto storico.


IL GIGANTE DAI PIEDI D'ARGILLA

Nel 1937 Guderian descrisse i principi operativi e le tattiche che caratterizzarono il pensiero tedesco su come impiegare le formazioni corazzate in una futura guerra. Il primo obiettivo della missione del carro pesante, all'interno di questo concetto, era di attaccare e distruggere i cannoni anticarro della linea difensiva nemica. Il successivo obiettivo era di distruggere l'artiglieria nemica ma Guderian, aveva correttamente previsto che la penetrazione delle linee difensive avrebbe costretto il nemico a gettare le sue riserve in un contro-attacco. Circa l'importanza di sconfiggere questo contrattacco, Guderian sottolineò che le forze corazzate dovevano essere in grado di sconfiggerlo, pena il fallimento.
La dottrina tedesca di quel tempo era essenzialmente offensiva.
Di conseguenza la missione del Tigre fu in primo luogo distruggere i carri armati del nemico. La comprensione di questo modo di pensare è fondamentale per capire perché il Tigre è stato sviluppato e utilizzato in un certo modo.
I carri armati pesanti dovevano fungere da supporto per la fanteria e l'artiglieria ma lo scopo principale del carro pesante era quello di penetrare le difese del nemico, permettendo così ai carri armati medi di sfruttarne i vantaggi.

Per questo già dal 1938 i tedeschi si resero conto che il PzKpfW IV sarebbe dovuto essere sostituito da un carro più moderno.
Il Tigre segnò un radicale cambiamento nei criteri di impostazione dei carri armati tedeschi visto che fino ad allora si era privilegiata la mobilità e la velocità rispetto alla corazzatura ed all'armamento.
Questo perché la Guerra Lampo imponeva la velocità come chiave per la vittoria e la Germania aveva deciso di giocare “all'attacco”.
Ma l'andamento e il prolungamento del conflitto costrinse a mutare atteggiamento contro un nemico ben agguerrito e i tedeschi presto si resero conto di aver bisogno di carri pesantemente corazzati ed armati.
Diverse Ditte proposero dei prototipi ma nessuno di questi entrò in produzione.
Nel 1941 la Henschel ricevette una ordinazione per un carro i cui requisiti erano una velocità massima di 40 Km/h, una buona corazza, un potente armamento e un peso complessivo entro le 36 t. La Henschel presentò il VE3601 ma lo sviluppo fu interrotto a favore del VK 4501, un carro da 46 t. armato con l’efficacissimo cannone da 88 mm. di cui parleremo in seguito. Il nuovo prototipo doveva essere pronto per il 20 aprile 1942, compleanno di Hitler quindi, per rispettare i tempi, la Henschel attinse idee dal VK3601 e da un altro prototipo denominato VK3001 e dall’unione dei due, nacque il VK4501(H). Intanto anche la Porsche lavorava alla specifica e elaborava progetti e prototipi tra cui il VK4501(P).
Le due Ditte presentarono i loro prototipi contemporaneamente in tempo utile per la presentazione da tenersi il giorno del compleanno del Führer. Dopo le valutazioni della Commissione esaminatrice, venne prescelto il modello della Henschel e ne venne ordinata la produzione che ebbe inizio nell’agosto del 42. La torretta Porsche venne invece ritenuta ottima e venne montata così com'era sul prototipo vincente della Henschel. Ecco quindi nascere un carro squadrato e fatto di corazze saldate ad angolo retto con una insolita una torretta rotonda. Il nuovo carro venne denominato PzKpfW VI Tiger Ausf E (SdKfz 181).
Dall’agosto del 42 allo stesso mese del 44, ne verranno prodotti 1350 esemplari.

La Commissione comunque, per premunirsi in caso di insuccesso del modello Henschel, ordinò un lotto di 90 carri anche alla Porsche che verranno completati come cacciacarri, i Panzerjager Ferdinand (SdKfz 184) così chiamati in onore del progettista Ferdinand Porsche. Del Tiger vennero prodotte tre versioni: oltre a quella standard, il carro comando (Befehlspanzer) senza armamento ma provvisto di un verricello e, il carro d’assalto (Sturmtiger) con una sovrastruttura munita di lanciarazzi da 38cm replicato in 10, massimo 18 esemplari.
Il Tiger era lungo, compreso il cannone 8.24 metri, mentre il solo scafo misurava 6.2 m. La larghezza era di 3.75 e l’altezza di 2.86. Pesava 55.000 Kg e grazie al motore Maybach HL 230 P45 a 12 cilindri da 700 Hp alimentato a benzina, raggiungeva i 38 Km/h. L’autonomia era di 100 Km, la pendenza massima superabile era del 60%, il gradino di 0.79 m e poteva scavalcare una trincea di 1.8 m mentre la profondità massima guadabile era di 1.2 m. L’equipaggio era di 5 uomini.
Per l’epoca si trattava di un prodotto eccezionale per potenza dell’armamento e per corazzatura, ma risultò eccessivamente complicato e difficile da produrre.
Il Führer, anche se fortemente sconsigliato, volle mandare 19 nuovi Tigre ancora di preserie in Africa per testarli contro il nemico (il Tiger fu incontrato per la prima volta dai britannici in Tunisia e da allora in poi apparve in tutti i fronti tedeschi).
I carri terrorizzarono gli alleati rivelandosi invulnerabili frontalmente ai pezzi anticarro grazie ai 120 mm di corazza (il manuale d'impiego dei carri Sherman americani, che erano la "massa" dei carri alleati, prevedeva che per mettere fuori combattimento un carro Tigre era necessario impiegare quattro Sherman con la prospettiva di perderne tre). L'apparato propagandistico nazista creò in breve tempo un mito di invincibilità ben superiore alle reali qualità e possibilità del mezzo, mito opportunamente diffuso tra le forze Alleate che racchiuse in esso la vera forza del Tiger I. Già dai primi contatti avvenuti in Africa, ufficiali americani indicavano nelle loro relazioni che il proiettile sparato dall'88 tedesco contro la parte anteriore della torretta dello Sherman, penetrava, uscendo poi dalla parte posteriore della torretta stessa. Gli equipaggi dei carri alleati erano ben consci della pericolosità del Tigre e si seminò una vera psicosi tra i carristi alleati, tanto che ogni carro tedesco avvistato veniva identificato come Tiger richiedendo l'intervento dei caccia-bombardieri "Typhoon" e "Thunderbolt" per eliminarlo.
Di fatto il cannone che armava la maggior parte dei carri alleati era un 75/37 che si rivelava assolutamente inefficace contro la corazzatura frontale e laterale del Tiger (per non parlare di quella della torretta). Durante la battaglia di Anzio uno di questi possenti carri, venne attaccato da una batteria di 4 pezzi anticarro americani che misero a segno tutti i loro colpi sulla torretta e contro la parte anteriore dello scafo. Il Tiger si limitò a brandeggiate la sua torretta ed a distruggerli uno dopo l'altro come se nulla fosse. Anche i famosi Bazooka erano poco più che "palline di carta con lo sputo" (parafrasando una frase del film "Salvate il Soldato Ryan) nei sui confronti.
L'unica possibilità era quella di centrare un colpo da distanza ravvicinata nella parte posteriore mettendo fuori combattimento il motore.
Solo verso la fine del 1944 furono montati dei cannoni da 76/52 e da 76/55 sugli Sherman (dando origine allo Sherman "Firefly") e sui Cromwell, così da creare le condizioni per poter affrontare alle medie ed alle corte distanze d'ingaggio i Tigre ed i Panther tedeschi (alle lunghe distanze l'88 del Tigre la faceva, sempre e comunque, da padrone).
 
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#2
I Tiger I divennero così un mito ed un demone anche se alla resa dei conti, furono usati pochissimo.
Per comprendere la superiorità del carro rispetto agli avversari è interessante quanto segue: Il 7 Luglio 1943, il Comandante delle SS Franz Staudegger, 2° Plotone, 13° Compagnia Carri, 1° Divisione Leibstandarte SS Adolf Hitler, attaccò un gruppo di 50 carri russi T-34 nei pressi di Psyolknee (Battaglia di Kursk).
Staudegger consumò l'intera dotazione di munizioni del suo carro distruggendo 22 carri nemici, mentre i restanti si ritirarono. Per questo Franz Staudegger fu decorato con la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro.
I Comandanti più vittoriosi furono: Kurt Knispel con 168 vittorie, Otto Carius con 150 vittorie, Johannes Bölter con 139 vittorie, Michael Wittmann con 138 vittorie. Insomma, 4 equipaggi di 5 persone (ossia 20 persone in tutto) distrussero 595 carri nemici. Ciò nonostante il Tiger curiosamente non era il favorito dei carristi tedeschi, che lo consideravano troppo “elefantiaco” e poco rapido a reagire ai controlli, preferendogli il più agile Panther.
Ma se la Tigre era così possente, Allora perché la Germania perse la guerra? La riposta è nei numeri: l'industria tedesca non riusciva a produrre Tiger in numero sufficiente per fare la differenza; mentre costruivano 500 Tiger, i russi producevano 58.000 carri del solo tipo T34, mentre dalle linee di montaggio delle industrie americane uscivano quasi 50.000 M4 Sherman.
Con un rapporto 100 a 1 qualunque superiorità tecnica era destinata a soccombere.
Proprio per un confronto sulle capacità produttive, i russi produssero 23.937 T34/76 tra il 1942 e il 1945, mentre il carro Pershing americano venne costruito ad un tasso di 1.350 carri armati nel corso di un periodo di sei mesi.
Quando nel giugno 1945 la produzione cessò, erano stati costruiti 49.234 carri armati Sherman ossia, più di tutta la produzione di carri armati tedeschi durante tutta la guerra. Alla fine, fu questa differenza di filosofia produttiva e di produzione più veloce che fece la differenza tra sconfitta e vittoria. Il vero fallimento dei carri armati tedeschi era di aver superato le capacità dell'industria tedesca di produrne in numero sufficiente.
Il Tiger rimane comunque il carro più famoso tra quelli ideati dai tedeschi nella guerra e per gli occidentali divenne il simbolo della supremazia tecnologica tedesca nell'ambito delle truppe corazzate anche se, alla prova dei fatti, si rivelò poco idoneo per il ruolo offensivo per cui era stato progettato, rimanendo un avversario formidabile in difesa, dato che poteva distruggere ogni cingolato alleato da distanze considerevoli grazie alla lunga gittata del pezzo da 88 mm. Se utilizzato correttamente si dimostrò un invincibile ed indistruttibile avversario per molti carri nemici fino alla fine della guerra. Indubbiamente si trattò di un carro armato poderoso anche se non troppo innovativo che all'atto pratico si dimostrò un gigante dai piedi di argilla. Ottenne ottimi risultati tattici anche se non fu in grado di volgere le sorti del conflitto a favore dei tedeschi.
Lo scafo saldato era caratterizzato da linee perfettamente squadrate per semplificarne la produzione, con la corazzatura che raggiungeva nella parte anteriore lo spessore di 100 mm mentre ai lati misurava 80 mm e superiormente 26 mm. Si trattava di un laminato di acciaio al Nickel con durezza Brinell di 255-280. La corazzatura rappresentava, insieme all'armamento, il punto di forza del Tiger. Era praticamente invulnerabile alla maggior parte delle armi nemiche a distanze superiori agli 800 metri

La torretta, come lo scafo, risultava pesantemente corazzata, con 120 mm d'acciaio sulla scudatura e aveva la caratteristica pianta a ferro di cavallo; il suo brandeggio, ottenuto attraverso un sistema elettromeccanico, era molto lento a causa del peso complessivo e rappresentava uno dei difetti maggiori. L'armamento principale era costituito dal cannone anticarro kWK 36 da 88 mm (lungo 56 calibri) che era in grado di perforare qualunque carro statunitense o britannico a più di 1500 m di distanza, ad'eccezione dell'M26 Pershing, mentre con i carri pesanti sovietici del tipo JS-2 si rivelava inefficace, con penetrazioni possibili sul frontale soltanto entro i 300 m. Nella torretta era installata anche una mitragliatrice MG34 da 7,92 mm coassiale al cannone che veniva azionata dal puntatore mediante un pedale; mentre un'altra MG34 era posizionata nella parete anteriore destra dello scafo. La dotazione delle munizioni era di 92 colpi da 88 mm e di 6.850 cartucce per le mitragliatrici. L'interno del carro offriva il massimo confort che un carro armato potesse presentare; il conducente per sterzare faceva ricorso ad un normale volante anziché alle due solite leve presenti nei carri e la strumentazione era tra le più complete e sofisticate dell'epoca.
Un altro vantaggio era rappresentato dal fatto che se un Tigre veniva danneggiato, l'equipaggio spesso è riusciva a sfuggire alla cattura e tornare alla sua unità, contribuendo a creare equipaggi esperti.
Un Tiger costava 250.800 marchi del Reich contro i 103.163 di un Panzer III, i 115.962 di un Panzer IV Ausf G o i 117.100 di un Panther, tutte cifre al netto di armi e apparato radio. Alla fine il costo di un Tigre raggiungeva i 300.000 marchi.
Per la sua produzione occorreva una settimana di lavoro di 6.000 persone.
Molto è stato detto circa la manovrabilità del Tiger, che era un "mostro goffo" o che "riusciva a malapena a muoversi", ma che non è esattamente la verità. In realtà era relativamente maneggevole se si considera il suo peso e le dimensioni. Nonostante la sua potenza, comunque, il Tiger era un carro abbastanza "delicato" ed era spesso soggetto ad avarie che li costringevano a non sempre facili riparazioni. Tra i difetti principali c’era il sistema di sospensioni a ruote sovrapposte e a barra di torsione, soggetto a avarie per colpa di fango e pietre. Questo difetto si rivelò disastroso soprattutto sul fronte orientale quando il fango gelava bloccando il mezzo. Risultava superiore allo Sherman nei terreni fangosi quando adottava cingoli larghi 725 mm che riducevano la pressione sul terreno a 1,05 kg/cm². e che potevano essere sostituiti da cingoli più stretti da 520 mm per il trasporto su ferrovia o per la marcia su strada. La sostituzione dei cingoli poteva avvenire in un quarto d'ora circa. Il suo potente motore era stato sviluppato dalla Maybach-Motorenbau GmbH che produsse i motori per tutti i carri armati medi e pesanti tedeschi. Il motore del Tiger, il Maybach HL 210 P45, era un 12 V raffreddato ad acqua motore a benzina con una capacità di 21.33 litri e una potenza di 650 CV a 3.000 giri ed era montato in un compartimento chiuso sul retro del carro.
Tuttavia, non poteva essere affidabile se utilizzato alla potenza massima perché la trasmissione, la OG Maybach 40 12 16 A, con 8 marce avanti e 4 indietro, nonostante un sistema di controlli per il conducente, aveva la tendenza a guasti, soprattutto se non si eseguiva una adeguata manutenzione preventiva. Il peso di combattimento era di 57 tonnellate ed era troppo per le trasmissioni dell'epoca. La raccomandazione era che il conducente non superasse i 2.600 giri al minuto, ciò nonostante richiedeva una costante manutenzione (ogni 3 ore il carro veniva acceso per circa 20 minuti) e soprattutto una gran quantità di carburante (il serbatoio da 540 litri era sufficiente per soli 195 km su strada, molto meno in condizioni di terreno accidentato), che l'esercito tedesco non fu più in grado di fornire nelle ultime fasi del conflitto.
 

Exatem

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#3
I primi 250 Tigers ricevettero il motore Maybach HL 210 P45, poi nel maggio del 1943, la Maybach produsse l'HK 230 P45 con due filtri dell'aria e la trasmissione migliorata. Il nuovo motore, anch'esso un V-12 raffreddato ad acqua motore a benzina, di 23.88 litri, aveva una potenza di 700 CV a 3.000 rpm. ma la trasmissione era ancora debole per la potenza generata dal motore, e la manutenzione preventiva continuò ad essere un imperativo. Questo, e la schiacciante potenza aerea alleata, furono il motivo principale della distruzione dei Tiger, più che ogni combattimento tank contro tank, specialmente sul fronte occidentale. Sul fronte orientale le principali cause di distruzione dei Tiger furono i problemi di trasmissione (con conseguente abbandono e/o distruzione degli equipaggi), gli attacchi aerei russi, e la schiacciante inferiorità numerica.
Come tutti i carri armati tedeschi, utilizzava uno sterzo con comando idraulico che consentiva una rotazione sul posto in 3,44 metri. Il tigre non era particolarmente lento: per il Panzer IV la velocità su strada era di 40 km/h e 20 in fuoristrada. Il Panzer III (Ausf E a N) raggiungeva una velocità su strada di 40 km/h e di 18 in fuoristrada. Per il Tiger I la velocità su strada era di 38 km/h e di 20 in fuoristrada.

Alla fine l'unico carro armato tedesco più veloce del Tiger era il Panther, con velocità di 46 e 24 km/h.

A partire dal luglio del 1943 ad alcuni esemplari fu applicato un rivestimento amagnetico, una sorta di intonaco, chiamato"Zimmerit", così che le mine magnetiche non potessero attaccarsi ai carri. Sullo scafo del Tiger Porsche venne realizzato il cacciacarri "Elefant" armato con il cannone Pak 43/2 da 88/71 mm, mentre dal Tiger Henschel fu derivato il potente obice d'assalto Sturmtiger, armato con un possente mortaio da 380 mm di origine navale.
Le particolari caratteristiche tecniche del mezzo, il suo peso elevato e la fragilità, fecero sì che il Tiger non venisse distribuito normalmente nelle Panzer-Division preferendo costituire una quindicina di battaglioni carri per l'Esercito (Heer) e le Waffen-SS, con un organico di 45 Tiger I ciascuno.
Il Tiger venne impiegato sul fronte orientale, occidentale e meridionale con buon successo, specie dopo che furono studiate tattiche appropriate per l'impiego di un sistema d'arma così complesso. È tuttavia ancor oggi difficile dare un giudizio sereno sul valore operativo del Tiger I. Con il prosieguo della guerra anche la potente corazzatura risultò progressivamente vulnerabile alle nuove e più efficaci armi anticarro avversarie; il carro armato tedesco era stato realizzato infatti prima che gli ingegneri e costruttori tedeschi imparassero la lezione del T-34 russo nel quale le piastre di protezione, notevolmente inclinate, conferivano una capacità di resistenza pressoché identiche a quelle dei carri tedeschi pur dotati di una corazzatura più spessa ma costituita da piastre verticali. Poi arrivò al fronte il cannone D-25 da 122 mm sovietico che poteva penetrare il frontale del Tiger I fino a 1.500 m di distanza mentre il 17 libbre britannico poteva riuscirci frontalmente fino a 1.700 metri con i tradizionali proiettili APCBC. A causa di ciò la produzione venne progressivamente ridotta fino a cessare completamente nell'agosto del 1944 dopo che erano entrati in linea 1.354 esemplari.

Abbiamo detto che avremmo parlato del famoso 88.
Il KwK 36 L/56 era un adattamento dei famosi 8,8 cm Flak 36, a sua volta sviluppato dal Modello Flugzeugabwehrkanone 18 (Flak 18).
Era universalmente conosciuto come il Acht-acht, una contrazione di Acht-Komma-acht Zentimeter (8,8 cm = 88 mm), e venne usato la prima volta in combattimento dalla Legione Condor, in Spagna, dove si guadagnò la reputazione di essere un ottimo cannone antiaereo ma soprattutto un vero killer di tanks. Questa capacità sarà confermata durante la campagna di Francia nel 1940, e maggiormente nelle mani dell'Afrika Korps di Rommel in Nord Africa. Le origini risalgono alla prima guerra mondiale quando la Krupp e la Erhardt (poi Rheinmetall) produssero un cannone contraereo da 8,8 cm il Flak18 che dimostrò una notevole precisione di tiro e che poteva impegnare nel tiro terrestre teso, bersagli fino a 3.000 metri. Lo sviluppo successivo fu il Flak36 la cui canna era costruita in tre sezioni separate che ne facilitavano la sostituzione.

Inizialmente le munizioni perforanti erano le 8,8 cm Panzergranate del peso di circa 9,5 kg e velocità iniziale di 810 m/s. Nel corso del 1942 la capacità di penetrazione venne migliorata con l'introduzione del proiettile Pzgr.39 di 10,2 kg di peso e velocità iniziale di 800 m/s. Il KwK 36 L/56 era un arma molto precisa e in grado di cogliere successi contro obiettivi a oltre 1.000 metri. Se si considera che la corazzatura era impenetrabile alle normali distanze di combattimento (circa 800 metri), si comprende perché il Tigre alla sua comparsa dominò il campo di battaglia

Il 21 luglio 1943, il Generale Hermann Breith corazzati, comandante della III.Panzer - Korps, rilasciava la seguente direttiva: "Sulla base dell'esperienza nelle battaglie recenti, si rilasciano le seguenti istruzioni per la cooperazione dei carri Tiger con altre armi: a seguito della sua arma ad alte prestazioni e della forte armatura, il Tiger dovrebbe essere usato principalmente contro i carri armati nemici e contro armi anticarro e secondariamente - e quindi solo eccezionalmente - contro unità di fanteria. Come dimostra l'esperienza, le sue armi permettono di attaccare i carri armati nemici a distanze di 2.000 metri e più, con grande incidenza soprattutto sul morale dell'avversario. Come risultato della forte corazzatura, è possibile entrare a contatto con i carri armati nemici senza essere seriamente danneggiato dai colpi. Ancora, il Tiger deve cercare di iniziare a coinvolgere i carri armati nemici a distanze di oltre 1.000 metri".

La reputazione del Tiger I fu comunque dovuta al rispettabile rapporto di successi (5.74 a 1) ottenuto da tutti i battaglioni. La produzione terminò nel 1944 con grande sollievo sul morale degli alleati.
Forse questo è il miglior epitaffio che le "Tigri" potessero avere.

(L'ultimo allegato rappresenta una interessante tabella distribuita tra i soldati Russi, circa i punti vulnerabili del Tiger)
 

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#4
I Tiger I divennero così un mito ed un demone anche se alla resa dei conti, furono usati pochissimo.
Per comprendere la superiorità del carro rispetto agli avversari è interessante quanto segue: Il 7 Luglio 1943, il Comandante delle SS Franz Staudegger, 2° Plotone, 13° Compagnia Carri, 1° Divisione Leibstandarte SS Adolf Hitler, attaccò un gruppo di 50 carri russi T-34 nei pressi di Psyolknee (Battaglia di Kursk).
Staudegger consumò l'intera dotazione di munizioni del suo carro distruggendo 22 carri nemici, mentre i restanti si ritirarono. Per questo Franz Staudegger fu decorato con la Croce di Cavaliere della Croce di Ferro.
Sì ma ...... fu una vittoria di Pirro, :( anzi non fu vera vittoria, perché il saliente non venne conquistato e, dopo Kursk sul fronte orientale l'iniziativa non torno' mai + in mani tedesche.
Ciao
 

Exatem

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#5
Sì ma ...... fu una vittoria di Pirro, :( anzi non fu vera vittoria, perché il saliente non venne conquistato e, dopo Kursk sul fronte orientale l'iniziativa non torno' mai + in mani tedesche.
Ciao
Certamente.
Ma non voglio analizzare l'andamento della guerra (questo lo stiamo gia facendo) ma piuttosto, scegliere un mezzo per la sua epoca innovativo e cercare di sviscerarlo sotto l'aspetto più tecnico.
Da questa analisi escluderò i mezzi aerei perchè il Forum ha già un luminare in tale materia e rischierei solo figuracce.
Se avete qualche mezzo bellico di particolare interesse potremmo provare a discuterne.
P.S. Noto ormai da tempo, che mi segui qualunque cosa scriva.
Grazie!
 

gil

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#6
Nella prima guerra mondiale ed il periodo intermezzo con la seconda, le battaglie si vincevano con i mezzi corazzati ed i cannoni. I Tedeschi hanno portato questi mezzi e tecniche al loro massimo sviluppo.

Però durante la seconda guerra mondiale gli americani hanno insegnato al mondo che le cose erano cambiate. Lo strumento risolutivo era diventata l'aereonautica. Ed in questo nessuno poteva batterli.

Sia Gli Stukas tedeschi che gli Zero Giapponesi erano eccelleti, ma erano aerei da bombardamento, non dei caccia. Per cui quando incontravano una squadriglia di caccia serie P come P38 o P51 non arrivavano nemmeno all'obbiettivo.

La fanteria come mezzo di sfondamento delle linee era divetato superato.
 

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#7
P.S. Noto ormai da tempo, che mi segui qualunque cosa scriva.
Grazie!
Certo ...... :redface: a me piace molto la storia ...... TUTTA la storia, e tu la sai raccontare bene.
Sei un'ottimo divulgatore.
Ciao
 

Exatem

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#9
Dopo l’analisi del carro Tigre, vediamo oggi un’altra arma innovativa il cui scopo era sconfiggere un nemico nascosto e silenzioso, il sommergibile.

Ormai conoscete la mia ammirazione per queste macchine e per gli uomini che se ne servirono ma questa volta vedremo la storia stando dalla parte opposta e soprattutto, vedremo quale tecnologia dovette essere studiata per contrastare gli squali dell’oceano. L’insidia rappresentata dai sommergibili infatti, causò non pochi grattacapi agli alleati che dovettero ingegnarsi nello studiare una soluzione efficiente.

Inizialmente si utilizzavano le b.t.g., sigla con cui si indicano le bombe torpedini da getto, armi destinate alla caccia antisommergibile e costituite in linea di massima, da una carica di scoppio munita di un congegno di accensione che, indipendentemente dal principio di funzionamento, ha il compito di provocare il brillamento dell’arma.
Questo può avvenire: o per il raggiungimento di una certa quota, o per urto, o per influenza. Le b.t.g. sono suddivise per la quantità di carica e sono comprese in una gamma che va dai 30 ai 150 Kg. Come detto, i congegni di scoppio possono essere idrostatici, ad orologeria, ad urto e ad influenza. Inizialmente le bombe di profondità venivano lasciate cadere o lanciate da apposite tramogge sistemate a poppa delle navi.
Avendo spinta negativa, le b.t.g. affondavano con una velocità di circa 2 m/s quindi, per raggiungere la massima profondità di scoppio di 300m, impiegavano circa 2 minuti e mezzo.

Un sommergibile in immersione che naviga a 6/7 m/s, percorre però nello stesso tempo circa mezzo miglio. Da ciò ne consegue che la velocità di discesa delle b.t.g. normali, non era più adatta al bombardamento di sommergibili moderni.
Una prima innovazione fu legata alle modificate condizioni di impiego delle armi le quali, dovevano essere lanciate da bordo simultaneamente per costituire i così detti “pacchetti” o i “tappeti”. Questo presentò un secondo importante problema da risolvere, rendere le armi non influenzabili dalle sovrapressioni causate dall’esplosione delle armi vicine. Una terza difficoltà fu il lancio simultaneo dal lanciabombe di bordo di armi aventi velocità di discesa fra loro diverse in modo da avere lo scoppio simultaneo a profondità diverse.
Se le bombe erano regolate in modo da avere tutto uno stesso tempo di scoppio e se tutte avevano identica velocità di discesa, le esplosioni avvenivano su uno stesso piano e si aveva quello che era chiamato tappeto.
Se invece la salva avveniva con il lancio simultaneo di grappoli aventi velocità differenti, con identico tempo di regolazione, lo scoppio avveniva su piani diversi ottenendo così un pacchetto.
Questa nuova forma di impiego ebbe quale conseguenza la realizzazione di un nuovo armamento, il così detto “Hedgehog” (il Porcospino)...
 

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#10
...Le bombe di profondità rispondono al requisito di far esplodere una carica ad una profondità prestabilita. Si sa che in questo caso il danneggiamento del sommergibile avviene se esso si trova a distanza uguale o inferiore al raggio distruttivo dell’arma. Tale raggio varia a seconda della posizione relativa tra centro di scoppio e scafo e, aumenta con l’aumentare della carica. Per tale ragione il peso di tali armi è sempre cresciuto fino a giungere ad un punto oltre il quale non era più conveniente aumentare la carica.
Si sarebbero avute infatti maggiori difficoltà nel lancio e nel maneggio delle bombe stesse oltre ad un rallentamento nel ritmo di fuoco. A questo si aggiungeva l’aumentata velocità subacquea dei sommergibili e le maggiori quote raggiungibili, due fattori che riducevano fortemente le possibilità di danneggiare il battello.

Queste ragioni, unite alla evoluzione dei sistemi di ricerca, contribuirono alla costruzione di altri tipi di armi per le quali erano richieste caratteristiche di alta velocità di discesa e possibilità di essere lanciate a grande distanza con elevato ritmo di fuoco o, a grappoli, adozione di dispositivi di scoppio a influenza o a percussione.

Nel caso di scoppio a percussione, la carica può essere di quantità inferiore, quello appena sufficiente a lacerare lo scafo resistente ossia, per il periodo in esame e per le caratteristiche dei sommergibili dell’epoca, circa 15 Kg.
La carica della bomba ad influenza dovrà invece essere maggiore quanto maggiore sarà la distanza dallo scafo incappando nuovamente, a causa della maggiori dimensioni, in basse velocità di discesa al quale si dovrà ovviare adottando profili adatti. Il profilo esterno assume pertanto grande importanza dovendo assicurare alte velocità di discesa e stabilità di traiettoria.
In conclusione la b.t.g. dovrà essere idrodinamica, ad alta carica e sarà lanciata a grande distanza con alto rateo di fuoco.
Per risolvere il problema della celerità di fuoco si studiarono due soluzioni.
Una prevedeva l’applicazione di una propulsione a razzo e l’altra, l’uso di un lanciabombe funzionante come un obice, capace di espellere la bomba con una alta velocità iniziale.
Dato l’elevato ritmo di fuoco richiesto ( 4-5 secondi), si comprende come fosse necessario progettare dei lanciabombe completamente diversi da quelli usati precedentemente.

Nasce così la bomba per porcospino la cui velocità di discesa è di 7 m/s () e il peso complessivo è di circa 30 Kg (ma successivi studi porteranno la velocità a circa 14 m/s e un peso di 160 Kg) per il cui lancio, vengono realizzati i lanciabombe Mark 10 e Mark 11 (Hedghoge).
Si tratta di un arma prodiera destinata a lanciare un grappolo di 24 bombe a una distanza di 180 metri, creando una rosa ellittica di 37x42 metri nel caso del Mark 10 e, circolare con un diametro di 60 metri, nel caso del Mark 11.

Il lanciabombe è costituito da un basamento a telaio formato da 4 ferroguide. Le traverse più corte portano 4 cuscinetti di supporto per le 4 culle. A poppa del basamento si trova una lamiera paravampa di protezione degli operatori sulla quale sono montati il correttore di rollio e il quadretto elettrico per il lancio. Il porcospino è collegato alle apparecchiature ecogoniometriche e le culle possono essere sbandate sia per compensare il rollio della nave, sia per consentire un seppur limitato brandeggio dell’arma. Le 24 bombe sono innestate su altrettante spine che collegate alle culle, possono essere fatte ruotare rispetto ad un asse orizzontale.
Le bombe vengono lanciate a coppie mediante un comando elettrico con un intervallo di 0,10 secondi per coppia.
Quando il lanciabombe non è in opera, viene bloccato per chiglia e con esso viene bloccato anche il bilanciere delle culle. Le culle sono costituite da 4 traverse e portano alle estremità gli orecchioni che alloggiando entro delle boccole, permettono di regolarne l’inclinazione rispetto ad un asse parallelo alla chiglia. Tutte le estremità poppiere delle culle sono collegate ad uno stesso bilanciere che le fa sbandare simultaneamente mediante il correttore di rollio. Ogni culla porta sei spine ognuna delle quali ha orientamento diverso sia in elevazione che in azimut così da creare nel punto di caduta, la rosa voluta.
Le spine sono cave e alloggiano il conduttore destinato alla accensione della carica propulsiva. Quando la bomba è alloggiata sulla spina, la capsula di lancio appoggia su percuotitoio che ha la sola funzione di assicurare il contatto elettrico della capsula con il circuito di accensione.
I gas della carica di lancio, espandendosi, spingono sulla testa della spina obbligando la bomba a “partire” lasciando cadere il bossolo della carica propellente.
Il correttore di rollio consiste in una incastellatura, assi e ingranaggi. La trasmissione collega una manovella ad una vite senza fine che ingrana un settore di ruota elicoidale solidale all’orecchione di una culla (la prima a sinistra). Le 4 culle sono connesse mediante un bilanciere che le obbliga a ruotare contemporaneamente.
Un indicatore di punteria è collegato alla manovella e indica lo sbandamento del complessivo. L’indicatore di punteria riceve i dati trasmessi elettricamente dal trasmettitore/indicatore di bersaglio, indica la verticale, somma algebricamente il rilevamento del rollio e del brandeggio indicando lo sbandamento da dare alle culle, consente l’introduzione manuale del brandeggio indicandone i valori e, fornisce una verticale di riferimento mediante una livella a bolla d’aria.
Il Trasmettitore/indicatore di bersaglio, riceve la rotta dalla girobussola della nave, indica il rilevamento del bersaglio e trasmette all’indicatore di punteria il valore dell’angolo di sbandamento. Le bombe arrivano in acqua con una velocità di 44 m/s e con un angolo di circa 58°. La traiettoria in aria dura 8 secondi e dopo 17,5 secondi dall’impatto con la superficie del mare, sono a 122 metri di profondità.

Vediamo ora la bomba da 183 mm. Il corpo della bomba ha appunto un diametro di 183 mm e il suo peso è di 29,5 kg. L’arma è munita di un impennaggio destinato ad assicurare la stabilità della traiettoria. L’involucro cilindrico del corpo è costituito da una lamiera di acciaio saldata ad una ogiva piana e una poppa conica riempito con 13,3 kg di TNT o 15,1 di Torpex. Sull’ogiva si trova un tappo per l’applicazione dell’acciarino mentre la coda viene fissata mediante un bicchiere filettato posto nel cono poppiero. Il manicotto di supporto dell’acciarino è filettato esternamente per applicarlo al corpo della bomba e, internamente per applicarvi l’acciarino. Un bossolo stampato è solidale con la testa del manicotto e costituisce l’appoggio per spoletta e innesco. La coda termina con un impennaggio cilindrico in cui i piani, possono essere paralleli all’asse del tubo, oppure inclinati per conferire durante la discesa una rotazione alla bomba che ne migliora la traiettoria. L’acciarino è del tipo ad urto e si attiva in due fasi. Tolto lo spillo di sicurezza, l’acciarino è parzialmente attivato e al momento del lancio, un collare trancia una spina consentendo lo spostamento del collare. Quando la bomba raggiunge l’acqua, si ha la piena attivazione dell’acciarino. L’elichetta posta sulla sommità comincia a ruotare e così facendo, trancia una spina. Sono sufficienti 4-6 metri affinché ciò avvenga. Il funzionamento avviene per urto sia diretto che obliquo contro un bersaglio immerso.
Questo tipo di acciarino è molto sensibile all’impatto di striscio così da detonare strisciando sui fianchi di un sommergibile e il cui effetto, è devastante.

Unito all’ASDIC (o Peritero, come lo chiamavamo noi italiani), si rivelò essere un efficace arma antisommergibile e causò numerose perdite tra le forze dell’asse. Tra i suoi vantaggi c’era anche i fatto che l’arma esplodeva solo al contatto mentre le bombe di profondità, esplodendo al raggiungimento della quota, disturbavano i sonar ai quali poi occorrevano 15 minuti prima di poter riprendere il loro normale lavoro. Altrettanto positivo era il fatto non occorreva conoscere preventivamente la profondità del bersaglio.

Al termine della II GM, gli USA fornirono numerosi impianti Hedghodg che furono installati su unità antisom, quali le corvette della classe Gabbiano, della classe Albatros e della Classe Aldebaran, sulle torpediniere della classe Orsa e della classe Spica e sui cacciatorpediniere della classe Fante.
 

gil

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#18
Chiudo umilemente scusa. Gli Zero erano dei Caccia.
 

Exatem

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#20
Questa volta, anziché parlare di un arma in particolare, vedremo una intera categoria di armi che dalla loro prima introduzione sui campi di battaglia, hanno trovato una larghissima diffusione in tutto il mondo, i così detti “Fucili d’assalto”. Si tratta di armi progettate per il combattimento che utilizzano la così detta “munizione intermedia”. Sono generalmente dotati di caricatore amovibile di grande capacità, hanno la possibilità di selezionare tra colpo singolo e raffica.Oggi è disponibile un’ampia gamma di fucili d’assalto come i “compatti”, idonei al combattimento urbano o i “Bullpup”, con caricatore arretrato rispetto al grilletto, consentono di ottenere un fucile più corto a parità di lunghezza della canna.
Parliamo di un “genere” di grande diffusione se si considera che ogni anno vengono vendute qualcosa come 8 milioni di armi da fuoco “leggere”, di cui 4,5 nella sola America. Queste vanno ad aggiungersi agli 875 milioni già presenti. Negli USA ogni anno 100.000 persone rimangono uccise a causa delle armi da fuoco. Sono dati impressionanti che muovono cifre enormi. Se a questo aggiungiamo i conflitti più o meno grandi, più o meno noti, che insanguinano il mondo, si parla di cifre pari al 2,6% del PIL mondiale. E’ un business che ci interessa da vicino visto che l’Italia è uno dei massimi produttori ed esportatori al mondo.
Quindi, piaccia o meno, stiamo parlando di uno dei prodotti che hanno maggior mercato e tra questi, uno dei più diffusi è l’AK-47 sigla che identifica l’”Avtomat Lalasnikova obrazca 1947”, più noto come “Kalashnikov” dal nome del suo inventore. Nato in Unione Sovietica ma prodotto in diverse varianti prodotte in Cina, Corea del Nord, Polonia, è un seminatore di morte diffuso in ogni angolo della terra.
L’AK-47 appartiene alla categoria dei “fucili d’assalto”. La storia di questo genere di armi ha inizio ai primi del 900 quando emerse la necessità di dotare la fanteria di una nuova generazione di armi da fuoco individuali destinate a sostituire il fucile ad azionamento manuale. Alcuni progettisti, tra cui l’Italiano Rigotti, ritenevano indispensabile dotare il fante di una arma automatica efficace. Le mitragliatrici dell’epoca erano eccessivamente pesanti per poter sostituire il fucile e i loro proiettili di calibro eccessivo. Louis Chauchat propose una mitragliatrice leggera che definì “fucile mitragliatore” ma senza risolvere il problema della portatitlità dell’arma. I calibri standar dell’epoca erano l’8mm austroungarico, il 7,62 russo, il 7,92 tedesco, il 7,5 francese e il 7,7 britannico. Solo i giapponesi erano scesi al 6,5mm ed è sfruttanto questo tipo di munizionamento che i russi riuscirono nel 1915 a concepire un’arma (chiamata “Fedorov Avtomat” progettata dall’Ingegner Vladimir Fyodorv) che, seppur non ancora definibile “fucile d’assalto”, ne introduceva un buon numero di caratteristiche come la selettività del fuoco e il caricatore amovibile (particolari che non erano presenti nel prototipo di Rigotti). Altre caratteristiche moderne erano il corto rinculo e l’otturatore chiuso. L’arma si rivelò efficiente e prestò servizio fino alla battaglia di Leningrado delle II Guerra mondiale. Nel frattempo gli italiani non stettero a guardare ma approcciarono al problema seguendo una strada alternativa cercando di realizzare una pistola mitragliatrice che pur utilizzando il 9mm, avesse una gittata superiore. Partendo da una mitragliatrice Villar-Perosa (nota con il soprannome di “pernacchia”) si realizzarono i prototipi OVP (in collaborazione con Rigotti) e, MAB-18. Il MAB ebbe un seguito con il MAB-18/30 e con i suoi successori come il MAB-38 della seconda guerra mondiale. Questa famiglia venne definito impropriamente “Moschetto automatico” ma si tratta in realtà di pistole mitragliatrici, piuttosto pesanti, che non è ancora possibile considerare antenati del fucile d’assalto. Sono le stesse considerazioni che si possono fare a riguardo del Thompson mod. 1919 che seppur armato con il 9x19 o il 9x21 aveva una gittata massima di soli 250 metri. Comunque tutte queste armi permisero di sperimentare tutte le innovative idee che poi permetteranno la creazione del vero fucile d’assalto.Negli anni seguenti si sperimenteranno dei fucili che, se fossero arrivati alla produzione, sarebbero potuti essere definiti veri fucili d’assalto. Il Ribeyrolle mod. 1918 ad esempio, era una carabina automatica di produzione francese con il munizionamento sperimentale da 8x35 mm. La gittata di 400 metri fu ritenuta insufficiente. I danesi sperimentarono invece una mitragliatrice leggera chiamata Weibel M/1932 che non fece in tempo ad entrare in produzione a causa dell’occupazione tedesca del 1940. Aveva la possibilità di selezione del tiro e il calibro da 7x44. La stessa sorte toccò alla modernissima e ergonomica “Pyrkal EPK” di progettazione greca di cui furono realizzati 15 prototipi ma poi la fabbrica venne invasa dalle truppe tedesche e bulgare e la produzione venne interrotta. Armata con il calibro 7.92x39 aveva le caratteristiche per diventare la miglio arma della seconda guerra mondiale. Gli americani produssero invece in gran numero le carabine M1,M2 e M3 oltra alla versione leggera per paracadutisti M1A1. Carabine automatiche dotate di possibilità di selezione del fuoco (dalla M2 in poi), con calibro .30. I tedeschi sperimentarono numerose armi da fuoco simili a veri fucili d’assalto come lo Maschinenkarabiner (M35) e il Fallschirmjägergewehr 42 (FG42) destinato ai paracadutisti ma eccessivamente costoso. La ricerca continuava sperimentando calibri inusuali come il 7,92x30 e il 7,92x33 Kurtz. Così nella II GM si arrivò ad avere la Machinenpistole MP44; più simile ad un fucile che non ad una pistola (nonostante il nome) e che utilizzava una munizione intermedia (meno potente dei fucili ma più delle pistole). L'obbiettivo era di realizzare un'arma che combinasse la precisione a colpo singolo, la gittata e la elevata potenza d'impatto dei classici fucili dell'epoca con la possibilità di offrire fuoco automatico a distanza ravvicinata e fungere così da arma automatica; un'arma completa, in grado di adattarsi alle situazioni sul campo.L’MP44 fu il risultato finale di una lunga sequenza di esperimenti e ricerche condotti dalle industrie Haenel e Walther.
I primi prototipi furono realizzati nel 1941 mentre i primi esemplari furono pronti nel ’42. Quelli prodotti dalla Haenel furono chiamati MKB 42H, mentre quelli di produzione Walther erano contraddistinti dalla sigla MKB 42W. Le due armi erano molto simili, entrambe con caricatore da 30 colpi, attacco per la baionetta e predisposizione per mirino Zf. Il battesimo del fuoco si ebbe sul fronte orientale quando vennero paracadutati ad un gruppo di soldati accerchiati dai russi. Mentre le truppe accolsero con favore la nuova arma, Hitler inizialmente si oppose al suo impiego ritenendola poco potente, troppo costosa. Inoltre rendeva inservibili le enormi quantità di cartucce accantonate nei magazzini. Nonostante l’opposizione del Fhurer, la produzione proseguì segretamente camuffandolo come mitragliatrice con la sigla MP43. L’arma venne riproposta a Hitler ma anche questa volta non autorizzò la produzione di massa che comunque, andò avanti ugualmente anche se in numeri ridotti (pare che ne siano stati prodotti solo 14.000).Ma sotto le continue richieste da parte dei comandanti di divisione di distribuire l’arma in quantità sufficienti, Hitler ordinò che fosse aperta una inchiesta su chi avesse autorizzato ugualmente la produzione e sui risultati ottenuti al fronte (in particolare si otteneva un notevole incremento del volume di fuoco). L’inchiesta si concluse con un giudizio così positivo, che il Fhurer cambiò opinione e autorizzò la produzione di massadel fucile rinominato "SturmGewehr-44" (StG-44). Ma ormai era troppo tardi e la disponibilità dell’arma rimase sempre insufficiente.
L’StG-44 fu il primo fucile d’assalto prodotto in grandi quantità e il primo ad avvalersi in modo non sperimentale di tutte le caratteristiche. Utilizzabile sia come arma automatica che semiautomatica, con munizionamento leggero e peso ridotto, con una gittata inferiore ad un fucile tradizionale ma di dimensioni ridotte.
L’StG-44 divenne il riferimento per i moderni fucili d’assalto e in particolare ne deriverà il più famoso di tutti, l’“AK-47 Kalashnikov”. I russi, che avevano avuto modo di sperimentare a loro spese l’efficacia dell’arma tedesca, realizzarono l’AK-47, una versione migliorata del concorrente tedesco. L’esemplare russo era di un livello tecnologico inferiore; realizzato per fresatura delle parti mentre già i tedeschi ricorrevano allo stampaggio con notevole riduzione del peso. Il munizionamento era 7,62x39 mentre l’StG-44 usava il 7,92x33.

(Seguirà una panormica su alcuni fucili d'assalto).
 

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