IL POTERE MARITTIMO

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#1
IL CONCETTO DI POTENZA MARITTIMA

In una situazione economica come quella attuale, fatta di contenimento della spesa e riduzione dei costi, la discussione finisce spesso dove è più semplice che finisca. Molti “opinionisti” infatti, pensano che la soluzione del problema, la panacea di ogni male, sia eliminare totalmente la spesa dell’apparato militare, inutile e anacronistica. E’ una teoria semplice, di sicuro effetto, "demagogica", per usare un termine attualmente molto di moda.
Spesso ho discusso della cosa sulle pagine di cad3d (e la mia posizione è manifestata palesemente) cercando sempre di chiarire il concetto di potenza marittima.
Ma forse mi sono solo limitato ad accennarne senza mai affrontare decisamente l'argomento e senza tentare di rappresentarne l’importanza.
E’ quello che intendo fare oggi e per farlo, partirò da una analisi della spesa militare nel mondo e in Italia chiarendo subito un concetto; siamo abituati a parlare di spesa dedicata al settore militare raffrontando le percentuali di spesa dedicate da ogni paese al settore Difesa e Sicurezza rispetto al PIL. Così l’immaginario collettivo associa alla spesa destinata alla Difesa la non produttività dimenticando, che una parte di questa contribuisce a sua volta al PIL.
Infatti, attorno a una caserma, un aeroporto, una base navale, si sono sempre sviluppate attività economiche locali, il così detto “indotto”, che genera lavoro e ricchezza.
Altro elemento fuorviante è ritenere che se alcuni paesi dedicano alla difesa il 2% del PIL, mentre l’Italia si ferma all’1 %, spendano il doppio di noi.
Questo non è vero per il semplice motivo che si parte da PIL differenti. Invece se anziché il PIL considerassimo la spesa a carico di ogni cittadino, scopriremmo che nel 2011 gli svedesi hanno speso 511 € a testa contro i nostri 469 (cifra che include anche l’Arma dei Carabinieri) e che la neutralissima Svizzera, che non ricordo possedere una Marina Militare, ha speso solo 69 € meno di noi che siamo impegnati al contrario in missioni di pace multinazionali in ogni parte del mondo.

Prima di intraprendere questo viaggio appare utile ricordare che, nella definizione classica, il Potere Marittimo rappresenta essenzialmente la volontà dello Stato (o di una coalizione di Stati) di far uso del mare per la tutela dei propri interessi, articolandosi nella capacità di trasporto per mare e nell’impiego dello strumento navale al fine di:
• difendere le proprie attività e contrastare quelle avversarie;
• proteggere le frontiere marittime, le comunità nazionali e le attività economiche ovunque esse si trovino;
• proiettare al di là dell’orizzonte la propria volontà politica per affermare le scelte nazionali e il proprio prestigio.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#2
In una sua recente dichiarazione, l'ex segretario alla difesa americana Bob Gates, già Segretario della Difesa con la presidenza G.W. Bush e in seguito, fino al primo luglio 2011, con l'amministrazione Obama, invitava gli alleati europei ad un maggior impegno economico in investimenti militari così da non dipendere interamente dall'apparato militare americano nella gestione delle crisi internazionali.
La dipendenza dagli Stati Uniti si tratta di un eredità della Guerra Fredda quando, dinanzi alla minaccia sovietica, l'Europa contava quasi esclusivamente sull'apparato di difesa americano.
Da questo contesto si distaccarono solo la Gran Bretagna con il suo arsenale nucleare e, la Francia con la "force de frappe" ossia la forza d'urto rappresentata dalle armi nucleari fortemente volute da De Gaulle per affermare la propria indipendenza rispetto a qualsiasi altro Paese. Escluse queste due Nazioni, il resto di Europa ha improntato le sue politiche a favore delle politiche sociale e del "Welfare State" a discapito degli investimenti militari; aspettando l'intervento americano nella gestione delle crisi internazionali e nell'affrontare il terrorismo, per poi accodarsi con i propri mezzi nella speranza di raccogliere le briciole.
Ma con il termine della guerra fredda per gli USA questa situazione si è fatta insostenibile da cui la volontà di "sganciarsi" da alcuni teatri ponendo gli europei di fronte alle proprie responsabilità. Questo ha reso evidente che la sicurezza non è un prodotto a costo zero e che per poterne usufruire, occorre produrne.
Di conseguenza devono cambiare le politiche e gli investimenti militari anche se la crisi economica non aiuta all’individuazione di risorse con i governi impostati su una politica del welfare che assorbe enormi risorse e le ridistribuisce con criteri clientelari e assistenziali.
La crisi economica poi ha ristretto maggiormente il margine a cui attingere per gli investimenti.
Ma uno studio di Martin Feldstein, un economista che insegna ad Harvard, ripropone un vecchio cliché dell’epoca reganiana quando il riarmo anti Urss fu sfruttato come traino per la ricrescita della economia americana.

In realtà, una Nazione per poter godere di una crescita economica trainata dal settore militare, deve essere una Nazione tecnologicamente sviluppata così da godere dell’effetto moltiplicatore determinato dagli investimenti di settore. Questo, beninteso, eliminando le inefficienze e la burocrazia, riordinando gli impegni e chiarendo una volta per tutte, che non è possibile mantenere contemporaneamente una politica estera di "high profile" e economizzare sugli investimenti militari.
L’Europa ha affrontato il tema dell’importanza degli investimenti militari in modo diseguale tra i singoli stati, con paesi più disposti ed altri, come l’Italia che spendono e stanziano cifre modeste per il loro apparato militare.
Un primo passo per risolvere il problema, è stata la creazione della SEAE (Sezione Europea Azione Esterna) in modo da evitare politiche estere nazionali e superare retaggi storici (pur con le diverse concezioni di difesa nazionale e sicurezza).
La Francia ad esempio, molto più attenta di noi alla “Grandeur”e forte della “force de trappe” nucleare, ha proposto il concetto di “Europa potenza” in cui assumere un ruolo di leadership al quale si è logicamente contrapposta la Gran Bretagna.

Qualunque sia la visione, la realtà è molto più complessa. Il livello di preparazione dei paesi europei aderenti alla NATO e la loro capacità di intervento negli ultimi anni si è notevolmente ridotta. In particolare nel periodo 2001-2009 il personale si è ridotto di 1,2 milioni di unità. La riduzione dei bilanci del 2011 di oltre il 6% ha ulteriormente ridotto la capacità della NATO di partecipare alle missioni nelle aree di crisi. Uno studio dell’Istituto Affari Internazionali, ha evidenziato come la spesa militare europea sia stata solo del 4,1% del PIL che in presenza di materiali facilmente deteriorabili e bisognosi di manutenzione ed aggiornamenti tecnologici ha determinato una battuta d'arresto per l'efficienza dello strumento militare europeo. Nel 2010, durante il summit di Lisbona, è stato decisa l'adozione di un pacchetto di misure e di dotazione d'armamenti che permettessero alla NATO di fronteggiare qualsiasi tipo di minaccia: dalla cyber war alla difesa missilistica da possibili attacchi di “rogues states” (Stati canaglia). Nell’occasione è stato approvato il piano strategico della gestione delle crisi internazionali e così, per garantire una maggiore sicurezza dei membri dell'alleanza oltre che una maggiore celerità nell'approccio e nella gestione delle crisi internazionali, si sono delineate e specificate le varie fasi che vanno dalla prevenzione della crisi alla gestione della crisi stessa, dalla stabilizzazione dopo intervento militare alla ricostruzione.
Inoltre, per migliorare l'efficienza dello strumento militare si è deciso di favorire tra i paesi dell'Alleanza una nuova collaborazione sulla base dell'interoperabilità e della specializzazione che eviti sprechi di risorse e migliori l'allocazione delle risorse basandosi non più sulla base delle logiche nazionali bensì, nel contesto più generale dell'alleanza.
Così la spesa militare europea deve essere valutata non solo secondo un'ottica nazionale ma piuttosto, secondo i parametri e le indicazioni che provengono dall'appartenenza dei suddetti paesi alla NATO il cui scopo è di razionalizzare le forze armate per ricercare il massimo vantaggio operativo, avendo chiara la necessità da parte europea di colmare il divario militare nei confronti degli USA.
In quest’ottica ci sono paesi come Francia e Gran Bretagna che sono i paesi che investono di più in termini di ricerca militare allargando ancor di più il divario militare con gli altri paesi.
Nonostante una riduzione della spesa del 10%, nel 2010 gli Inglesi hanno investito 38,4 miliardi di euro mentre la Francia (e la Germania) hanno speso 32 miliardi. La Spagna ha ridotto la spesa del 4% scendendo a 7,7 miliardi mentre l’Italia ha ridotto del 2% scendendo a 14,3 miliardi di euro.
Se raffrontiamo queste cifre al PIL, gli Inglesi si pongono al 2,3%; la Francia al 1,7%; la Germania all’ 1,8%, l’Italia allo 0,9% e la Spagna allo 0,7%.
Una differenza ancora maggiore si nota se consideriamo la spesa per ogni singolo soldato dei paesi europei.
L'Italia spende 82.000 euro annui rispetto ai 194.000 della Gran Bretagna, 136.000 della Francia, 124.000 della Germania. Analizziamo i dati sulla spesa pro-capite. La Gran Bretagna spende 617 euro, la Francia 496, la Germania 384.
Per il 2011 la forbice tra USA e Europa si è ulteriormente allargata dato che in sede NATO sono previsti tagli pari a 300 milioni di euro, il -18,2% rispetto 2010, dai fondi d'esercizio che includono spese per carburanti, ricambi, addestramento del personale. In termini di investimenti per il 2011 si è previsto un bilancio di 3.454,700 milioni di euro in cui sono compresi anche i progetti NATO Eurofighter, F35 Joint strike fighter oltre che all'acquisto degli elicotteri NH 90 e dei sommergibili U122.

Analizziamo invece la spesa militare italiana e le politiche di difesa e sicurezza nazionale adottate dal nostro governo facendo però prima una analisi della politica di difesa adottata dal nostro paese negli ultimi 50 anni.
E’ evidente come in questo periodo ci si sia basati sulla collaborazione transatlantica e sul processo d'integrazione europeo, le uniche possibilità che ci consentissero di restare aggrappati ai vertici della politica di sicurezza e difesa.
Mentre ci riparavamo sotto il grande ombrello americano, abbiamo creato un forte squilibrio tra le voci di spesa del bilancio militare a favore della voce stipendi per il 60% del bilancio, contro il 26,5%, per la modernizzazione dei mezzi militari e, il 12,5% circa per l'addestramento delle truppe. Le cause di un tale squilibrio sono da ricercare nel fatto che le forze armate sono state intese, soprattutto nei decenni scorsi, come una valvola di sfogo, un ammortizzatore sociale necessario a dare lavoro a tanti giovani laddove l'offerta di lavoro era scarsa se non inesistente; tutto ciò a discapito dell'efficienza e della qualità dello strumento militare. Venendo meno la disponibilità di risorse aggiuntive, l’unico modo per mantenere in efficienza un apparato militare è la razionalizzazione del bilancio eliminando sprechi e squilibri di spesa perseguendo l’obbiettivo di portare al di sotto del 50% la spesa per gli stipendi e incrementando al 25% quella per la modernizzazione dei mezzi e l’addestramento. Questo sempre che si voglia mantenere una rapida capacità di intervento nelle aree di crisi. Bisogna poi tenere conto che sotto la voce “Difesa”, rientra anche la sicurezza del territorio (compito assolto dai Carabinieri) per cui, sottraendo dal bilancio la quota a ciò destinata, la cifra disponibile si riduce ulteriormente.

Consideriamo ora i costi giornalieri per singole voci.
Una fregata della classe Maestrale, costa 50/60.000 € al giorno, la Garibaldi 130.000, un Harrier 9.000. Ogni missile trasportato da un aereo costa 300.000 €. Così la missione in Libia è costata 8 milioni che sommata alle missioni in Afganistan, in Libano e in Kossovo, un impegno di 1,5 miliardi per i primi 6 mesi del 2011.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#3
Queste cifre, dette così, solleveranno obiezioni e si presteranno a facili speculazioni da parte delle opinioni pubbliche ma bisogna essere consci del fatto che la difesa nazionale, parte della sovranità nazionale e, la sicurezza, oltre a non essere mai a costo zero non possono essere mai raggiungere il 100% perchè, come diceva Henry Kissinger “la ricerca della massima sicurezza per il proprio paese comporta la massima insicurezza per i paesi vicini”.

Ma torniamo alla domanda iniziale, perché esercitare il potere marittimo? Per una ragione estremamente semplice, la salvaguardia del commercio. Infatti, anche nell’attuale contesto, le vie di comunicazione marittime rimangono le più vantaggiose. Si può dunque affermare che il mare è, da un punto di vista economico, un bene insostituibile sia sotto il profilo commerciale, sia in relazione alle possibilità di sfruttamento delle sue risorse alimentari o energetiche, costituendo un’importante fonte nutrizionale, energetica e di ricchezza.
Ma non si tratta solo di questioni economiche.
La sicurezza delle vie marittime è anche stabilità politica come è stato sottolineato al “Seapower Symposium” di Venezia durante il quale si è cercato di focalizzare l’attenzione sulle nuove minacce nell’ambiente marittimo il quale si presta ad azioni terroristiche di carattere asimmetrico a causa della presenza di rotte marittime “fisse”.
Questi particolari passaggi obbligati presentano un elevato grado di rischio derivante dalle loro caratteristiche geografiche che li rende vulnerabili ad attacchi di pirateria e/o terrorismo.
Ad esempio lo stretto di Hormuz, attraverso il quale passa la gran parte della produzione petrolifera del Golfo Persico; lo stretto della Malacca, che consente la movimentazione del petrolio del Medio Oriente verso i mercati Asiatici; il passaggio di Bab El Mandeb che collega il mare Arabico ed il mar Rosso; il canale di Panama che collega l’oceano Pacifico a quello Atlantico; il canale di Suez che collega il mar Rosso al Mediterraneo; gli stretti Turchi/Bosforo che collegano il mar Nero (ed il petrolio proveniente dal mar Caspio) al mare Mediterraneo che presenta diversi punti nevralgici quali lo stretto di Messina, di Corsica, le Bocche di Bonifacio, lo stretto di Gibilterra, gli stretti Turchi ed il canale di Suez mentre, in particolare per l’Italia, rivestono speciale importanza le linee di approvvigionamento di gas naturale attuate mediante gasdotti sottomarini (capo Bon – Mazara del Vallo e giacimento di Buri – Sciacca).

Per queste zone di rischio si è sottolineata la necessità di condividere informazioni e migliorare la cooperazione tra stati al fine di fronteggiare efficacemente le nuove minacce senza per questo, paralizzare l’economia mondiale.
E’ così emersa la necessità di:
• costruire una solida struttura politico/legale per le operazioni di contrasto alle nuove forme di conflittualità, armonizzando i sistemi giuridici;
• relizzare un sistema di condivisione dei dati e delle informazioni in tempo reale
• migliorare la cooperazione nei settori civile e militare della navigazione;
• sviluppare al meglio le potenzialità delle Marine Militari, accrescendone il grado di interoperabilità negli assetti multinazionali.

Ma per le ragioni sopra esposte nessun Paese, nessuna moderna economia può fare a meno dell’uso del mare e delle vie marittime senza subirne gravi conseguenze.
Non si parla di “comando del mare” nella concezione militare, ma di concetto geopolitico da esercitarsi tra stati aventi una comune politica estera, nell’utilizzo del mare per la difesa delle risorse.
In questo contesto è di fondamentale importanza l’aspetto giuridico a difesa della sicurezza e della sovranità nazionale pur nel rispetto del principio della libertà dei mari vigente con la Convenzione del Diritto del Mare del 1982. Tale principio afferma che una nave in acque internazionali è soggetta alla esclusiva giurisdizione dello Stato di bandiera. La stessa Convenzione impedisce a qualsiasi Stato, di interferire in tempo di pace, con una nave di altra bandiera che naviga in acque internazionali. Questo tranne il caso in cui si verifichino le ipotesi che rendono possibile il diritto d’inseguimento o di visita (pirateria, tratta degli schiavi, falsa bandiera o assenza di nazionalità, gravi pericoli d’inquinamento, trasmissioni non autorizzate).
Queste norme garantiscono l’uguaglianza e l’indipendenza delle diverse Nazioni in un luogo privo di autorità come l’alto mare e permettono il regolare flusso dei traffici marittimi.
Nell’attuale scenario geopolitico internazionale, le Marine da guerra devono poter acquisire dati quanto più reali sul traffico marittimo, in modo da discriminare i mercantili sospetti evitando che le misure preventive assumano un carattere generalizzato in grado di incidere negativamente sulla libertà di navigazione contrastando efficacemente le nuove minacce.
Minacce che per il moderno terrorismo, sono rappresentate dalle così dette “minacce asimmetriche” ossia, attacchi contro obiettivi che si prestano ad azioni a “basso costo”, come minare nodi cruciali per il trasporto marittimo o,utilizzare di navi mercantili o imbarcazioni da pesca per condurre attacchi caratterizzati da un ottimo rapporto costo–efficacia e da un’ampia risonanza mediatica contro ad esempio piattaforme petrolifere.
Si tratta in pratica, di operazioni di polizia marittima per cui è necessario migliorare la capacità tecnologica, l’addestramento, la capacità di reazione anche con l’ausilio di forze speciali e, soprattutto, lo sviluppo di tattiche e procedure comuni.
A tutt’oggi infatti, non esiste una normativa che regoli le modalità di intervento di una nave da guerra in situazioni configurabili come terrorismo marittimo nonostante siano evidenti i legami che intercorrono tra gruppi terroristici aventi obiettivi politici e, criminali comuni dediti alla pirateria o al traffico di clandestini, armi, droga. Gli scopi degli uni, si sommano a quelli degli altri alimentandosi a vicenda e rafforzandosi reciprocamente rendendo necessario lo sviluppo di un sistema investigativo e di intervento di carattere internazionale, con tutte le immaginabili difficoltà del caso.
Non bisogna dimenticare che questi criminali – attraverso le attività illegali – dispongono di rilevanti risorse economiche, le quali consentono di acquisire tattiche e tecnologie, aumentandone il grado di versatilità e pericolosità (nel settembre 2000 la polizia nazionale Colombiana trovò vicino a Bogotà, parti di un sottomarino destinato al narcotraffico).
Nel 2001 e nel 2002le forze armate israeliane hanno sequestrato due navi mercantili, rispettivamente la “Santorini” e la “Karine A”, utilizzate per introdurre illegalmente armi nella striscia di Gaza, mentre nel giugno 2004 è stata la volta della Grecia fermare la “Baltik sky”, sulla quale è stato rinvenuto uno speciale esplosivo solitamente utilizzato dai gruppi terroristici dell’IRA. Nel 2001 a Gioia Tauro fu arrestato un affiliato del più famoso gruppo terroristico islamico, nascosto in un container munito di letto e bagno, diretto ad Halifax con un corredo di mappe aeroportuali e pass.
Secondo un rapporto dell’intelligence norvegese, la solita famosa organizzazione terroristica, possiede circa 23 navi mercantili, alcune delle quali in grado di percorrere rotte oceaniche, registrate sotto la bandiera della Liberia, di Panama e dell’Isola di Man.

Grazie a queste organizzazioni del terrore, diverse sono le rotte ad altissimo rischio e alcune sono molto vicine a noi o, ci interessano direttamente come, il Golfo Persico, il Medio Oriente, la costa somala e tutto il corno d’Africa, il Golfo di Aden, gli stretti della Malacca, lo stretto di Gibilterra e il Mediterraneo con tutti i terminals di carico/scarico e le navi da crociera. Navi da crociera che rappresentano sempre un ambito trofeo visto il probabile alto numero di vittime. Oggi la tecnologia mette a disposizione di questi gruppi mezzi senza pilota o con pilota “spendibile”, con tecnologia Stealth, sottomarini e navi che possono essere caricate di gas, armi biologiche, radioattive e, utilizzate per attacchi suicidi contro porti o infrastrutture. A questo scopo gli USA pretendono l’Advanced Notification of Arrival o, un piano di navigazione, prima di arrivare entro le mille miglia nautiche dalla costa USA, con un anticipo di 24 ore se il porto di partenza si trova dentro tale limite.

Anche in Europa il problema della sicurezza marittima inizia a ricevere una significativa attenzione per azioni sia di carattere repressivo che preventivo tentando la strada della cooperazione multinazionale nel campo dell’intelligence, dello scambio e della condivisione delle al fine di identificare, contrastare e reprimere efficacemente i fenomeni criminosi emergenti.
Il 23 marzo scorso, i ministri degli esteri delle nazioni facenti parte della missione navale UE Enuavfor Aralanta hanno prolungato la stessa fino al 2014 come aveva già fatto la NATO, autorizzando azioni contro il litorale somalo. E' una decisione politica che giunge con 4 anni di ritardo rispetto alla risoluzione 1816 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#4
Questo non significa che gli europei siano autorizzati a effettuare operazioni di sbarco ma bensì attaccare depositi e basi dei pirati anche se dislocati a terra, quando si verificano assalti a navi mercantili in navigazione.
Si tratta in pratica di "inseguire" pirati in fuga fino all'interno dei loro rifugi colpendone le infrastrutture e i mezzi.
Si tratta di un passo avanti rispetto a quanto avvenuto fino ad oggi con le flotte presenti in area che si sono solo limitate a scortare i convogli pattugliando aree sempre più estese.
I pirati, grazie all'impiego di "navi madre", hanno però esteso il loro raggio di azione e attualmente minacciano tutto l'Oceano Indiano fino alle coste di Oman e Iran.
L'impiego delle scorte e dei team imbarcati ha consentito di passare dalle 49 navi sequestrate nel 2010, alle 31 dell'anno successivo.
Si può considerare un successo anche se non ha ridotto il rischio. Infatti, nei primi tre mesi del 2012 si sono registrati 36 attacchi con il sequestro di 6 unità e con la cattura di 97 uomini di equipaggio. Ad aprile si è arrivati a 15 navi e 200 uomini. A questo si è risposto con la forza in 10 casi e mai, si è attaccata una base sulla terraferma escluso un bombardamento effettuato da francesi e forse inglesi. Molti tentativi di abbordaggio sono stati respinti ma operazioni di questo genere hanno evidentemente dei costi.
Si consideri che il costo giornaliero di una fregata o di un caccia europeo è attorno ai 40/60.000€ e che la sola Italia spende 50 milioni l'anno per mantenere in zona una sola nave; un team di scorta vale 2.500/3.000 € al giorno per una squadra di 6 guardie (i nostri fucilieri costano 2.200 €) da moltiplicare per la durata dell'attraversamento delle aree a rischio e per il numero di navi (circa 40.000 transiti annui), senza parlare delle spese indirette (si pensi ad esempio all'aumento delle polizze assicurative).
Uno studio americano ha calcolato in 12 miliardi di dollari il costo della pirateria in tutto il mondo.

Al di là dei dati economici è evidente che nonostante la mobilitazione internazionale, non si sia riusciti a contenere il fenomeno che anzi, pare allargarsi a tutti i 3.000 Km della costa somala. Facili guadagni con bassi rischi a causa della risposta eccessivamente "morbida". Molte volte i pirati catturati devono essere rilasciati perché nessun paese si vuole assumere l'onere di processarli. Ad esempio, la fregata danese Absalon catturò 17 pirati che avevano sequestrato e utilizzato come schiavi 18 ostaggi iraniani. Pochi giorni dopo la stessa nave catturava altri 16 pirati liberando ulteriori 12 prigionieri. Ma dopo averli tenuti a bordo per un mese e mezzo, ha dovuto rilasciarli perché nessun paese della zona era disposto a processarli.

Ora le nuove decisioni della Unione Europea tentano di mutare questa situazione ricorrendo ad una accurata "mappatura" delle basi dei pirati, dei loro mezzi, dei loro spostamenti.
Se ci sarà successo contro la pirateria, sarà grazie ad una forza aeronavale in grado di attaccare con reparti speciali elitrasportati i covi di questi criminali annientando le bande e i loro mezzi.
 

numero1

Utente Senior
Professione: Non lo sò + nemmeno io
Software: Tavoletta cuneiforme ....... ACAD, MStation, PDS/PDMS, Autoplant ed un poco di NX
Regione: Da qualche parte
#5
Tutto molto interessante ed in larga parte anche condivisibile ma .....

Infatti, attorno a una caserma, un aeroporto, una base navale, si sono sempre sviluppate attività economiche locali, il così detto “indotto”, che genera lavoro e ricchezza.
a volte le comunità locali vogliono, e con forza, far chiudere una base.
Vedi Dal Molin, evidentemente sono maggiori i problemi che i vantaggi.
:smile:
Scusa se ti rompo le uova nel paniere :wink:
Ciao

P.S.
non sono della zona, e quindi so' + o meno quello che sanno tutti.
 

Tequila

Utente Senior
Professione: teorico del paleocontatto
Software: Solid Edge ST7, scarabocchi su carta
Regione: Veneto (PD)
#6
Tutto molto interessante ed in larga parte anche condivisibile ma .....



a volte le comunità locali vogliono, e con forza, far chiudere una base.
Vedi Dal Molin, evidentemente sono maggiori i problemi che i vantaggi.
:smile:
Scusa se ti rompo le uova nel paniere :wink:
Ciao

P.S.
non sono della zona, e quindi so' + o meno quello che sanno tutti.
ok... ma Dal Molin a Vicenza non è un'installazione Italiana, è USA a tutti gli effetti, li dentro è come essere negli States... da quel che ho capito del thread di exatem , si parla del potere marittimo ma del "suolo" italiano, poi correggetemi se sbaglio.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#7
Tutto molto interessante ed in larga parte anche condivisibile ma .....



a volte le comunità locali vogliono, e con forza, far chiudere una base.
Vedi Dal Molin, evidentemente sono maggiori i problemi che i vantaggi.
:smile:
Scusa se ti rompo le uova nel paniere :wink:
Ciao

P.S.
non sono della zona, e quindi so' + o meno quello che sanno tutti.
ok... ma Dal Molin a Vicenza non è un'installazione Italiana, è USA a tutti gli effetti, li dentro è come essere negli States... da quel che ho capito del thread di exatem , si parla del potere marittimo ma del "suolo" italiano, poi correggetemi se sbaglio.
Anche in Sardegna si fece di tutto per allontanare gli americani dalla base di Santo Stefano. Ma da allora l'economia della Maddalena ne ha risentito eccome, detto da residenti (il turismo dura 2-3 mesi all'anno poi bar e ristoranti sono vuoti).
Qui da me furono tutti molto contenti quando il grosso della flotta fu trasferito a Taranto e chiuse la caserma del CAR.
Poi però sono aumentate le case sfitte e le chiusure dei locali.
Con cosa sono state sostituite queste attività?
Con il niente...
E siamo al 36,2% di disoccupazione giovanile.
 

Tequila

Utente Senior
Professione: teorico del paleocontatto
Software: Solid Edge ST7, scarabocchi su carta
Regione: Veneto (PD)
#8
...
Poi però sono aumentate le case sfitte e le chiusure dei locali.
Con cosa sono state sostituite queste attività?
Con il niente...
E siamo al 36,2% di disoccupazione giovanile.
stessa cosa che succederà a Dal Molin
 

numero1

Utente Senior
Professione: Non lo sò + nemmeno io
Software: Tavoletta cuneiforme ....... ACAD, MStation, PDS/PDMS, Autoplant ed un poco di NX
Regione: Da qualche parte
#9
Da quel che ho capito io s'intendeva "base" in senso generale, italiana, USA, ecc. ecc.

E sì, sono d'accordo con te exa che poi sono aumentate le case sfitte, i disoccupati ecc. ecc. ma il "problema" esiste.

E non credo che sia esclusivamente italiano, anche se noi forse lo amplifichiamo.
Quindi o ci sono molti autolesionisti in giro, o c'è mancanza d'informazioni, o entrambi.
Oppure è una semplice sindrome nimby .......
Oppure ancora una base porta effettivamente + svantaggi che vantaggi.
Tipo caccia che ti atterrano sulla testa, oppure utilizzo di munizioni all'uranio impoverito che non fa' molto piacere alla gente intorno, di quest'ultimo punto se ne è parlato molto (a torto od a ragione) sul poligono militare di Perdasdefogu.

Poi se non se ne vuole parlare io la chiudo qui, semplice.
Saluti
 

linch

Utente Standard
Professione: progettista meccanico
Software: diversi
Regione: piemonte sullo scrivia.
#10
Se fossi "Ssardo" preferirei 4 ristorantini al minimo storico,che le bombe nucleari U.S.S sotto al sedere.
Poi la storia de "La Maddalena" e' inquietante, forse e' meglio non riesumarla.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#11
Da quel che ho capito io s'intendeva "base" in senso generale, italiana, USA, ecc. ecc.

E sì, sono d'accordo con te exa che poi sono aumentate le case sfitte, i disoccupati ecc. ecc. ma il "problema" esiste.

E non credo che sia esclusivamente italiano, anche se noi forse lo amplifichiamo.
Quindi o ci sono molti autolesionisti in giro, o c'è mancanza d'informazioni, o entrambi.
Oppure è una semplice sindrome nimby .......
Oppure ancora una base porta effettivamente + svantaggi che vantaggi.
Tipo caccia che ti atterrano sulla testa, oppure utilizzo di munizioni all'uranio impoverito che non fa' molto piacere alla gente intorno, di quest'ultimo punto se ne è parlato molto (a torto od a ragione) sul poligono militare di Perdasdefogu.

Poi se non se ne vuole parlare io la chiudo qui, semplice.
Saluti
Perchè dici che non se ne vuole parlare?
Ho scritto un post di 4 pagine e mi è costato tempo.
Certo che ne voglio parlare.
Ma se cominciano a volare insulti chiudo subito la discussione, questo è chiaro.

Che la sindrome nimby influenzi le scelte è innegabile.
Ma a dar retta a tutti non si dovrebbero costruire autostrade, ferrovie, porti, ospedali (le ambulanze che suonano...che palle), centrali...
Non si dovrebbero nemmeno coltivare i campi visto l'abbondante, anzi smodato, uso di pesticidi, insetticidi, ormoni, e chissà quant'altro.
In ogni scelta ci sarà una aliquota di scontenti, alcuni a giusta ragione, altri a prescindere.
La mia discussione è nata con l'intento di spiegare perchè si ritiene necessario avere delle forze armate.
Ripeto, la Svizzera spende per questo poco meno di noi ed è più piccola e non ha tutte le armi (intese come corpi) di noi. Quindi?
 

numero1

Utente Senior
Professione: Non lo sò + nemmeno io
Software: Tavoletta cuneiforme ....... ACAD, MStation, PDS/PDMS, Autoplant ed un poco di NX
Regione: Da qualche parte
#12
Perchè dici che non se ne vuole parlare?
Ho scritto un post di 4 pagine e mi è costato tempo.
Certo che ne voglio parlare.
Ma se cominciano a volare insulti chiudo subito la discussione, questo è chiaro.

Che la sindrome nimby influenzi le scelte è innegabile.
Ma a dar retta a tutti non si dovrebbero costruire autostrade, ferrovie, porti, ospedali (le ambulanze che suonano...che palle), centrali...
Non si dovrebbero nemmeno coltivare i campi visto l'abbondante, anzi smodato, uso di pesticidi, insetticidi, ormoni, e chissà quant'altro.
In ogni scelta ci sarà una aliquota di scontenti, alcuni a giusta ragione, altri a prescindere.
La mia discussione è nata con l'intento di spiegare perchè si ritiene necessario avere delle forze armate.
Ripeto, la Svizzera spende per questo poco meno di noi ed è più piccola e non ha tutte le armi (intese come corpi) di noi. Quindi?
Ecco era questa la risposta che volevo sentire :finger:

Per quanto riguarda gli Elvetici ...... beh ognuno di loro è tenuto (per legge) a prestare ogni anno un tot. di gg. sotto le armi, non c'è mai un congedo completo.
Almeno fino ad una certa età ...... sto' andando a memoria, mi correggerai se sbaglio.
Inoltre gli Svizzeri hanno una struttura, ed un'addestramento, prettamente difensivo.
Dalla fine della seconda guerra mondiale hanno costruito Km. e Km. di gallerie sotto i monti che cingono il loro paese, dove c'è sempre un numero minimo di uomini pronti ad entrare in azione ed a bloccare tutti i passi ed i trafori esitenti, anche con l'esplosivo.
Hanno insomma sfruttato al max. l'orografia del loro territorio, tali gallerie, o fortezze, o depositi, per quanto accuratamente nascoste esistono, e sono visibili ad un'osservatore attento.
E va' da se' che devono essere tenute in piena efficienza, non solo anche il materiale ivi rinchiuso dev'essere periodicamente passato in manutenzione o, in casi estremi sostituito.
Ed in 50 e passa anni ne avranno cambiato parecchio, inoltre io e te sappiamo cosa intendano gli Elvetici per efficienza, dunque ti lascio immaginare quale puo' essere stata la spesa.
Quindi il fatto che la Svizzera spenda quel che spenda non mi sorprende + di tanto.

Detto questo la mia risposta è SI' io ritengo che un paese come l'Italia debba avere delle forze armate.
Possono essere migliorate, o fatti dei risparmi (specie in tempo di crisi), ma la mia idea di fondo è che, SI' dobbiamo avere un minimo di forze armate efficienti e pronte.

Ciao
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#13
Ecco era questa la risposta che volevo sentire :finger:

Per quanto riguarda gli Elvetici ...... beh ognuno di loro è tenuto (per legge) a prestare ogni anno un tot. di gg. sotto le armi, non c'è mai un congedo completo.
Almeno fino ad una certa età ...... sto' andando a memoria, mi correggerai se sbaglio.
Inoltre gli Svizzeri hanno una struttura, ed un'addestramento, prettamente difensivo.
Dalla fine della seconda guerra mondiale hanno costruito Km. e Km. di gallerie sotto i monti che cingono il loro paese, dove c'è sempre un numero minimo di uomini pronti ad entrare in azione ed a bloccare tutti i passi ed i trafori esitenti, anche con l'esplosivo.
Hanno insomma sfruttato al max. l'orografia del loro territorio, tali gallerie, o fortezze, o depositi, per quanto accuratamente nascoste esistono, e sono visibili ad un'osservatore attento.
E va' da se' che devono essere tenute in piena efficienza, non solo anche il materiale ivi rinchiuso dev'essere periodicamente passato in manutenzione o, in casi estremi sostituito.
Ed in 50 e passa anni ne avranno cambiato parecchio, inoltre io e te sappiamo cosa intendano gli Elvetici per efficienza, dunque ti lascio immaginare quale puo' essere stata la spesa.
Quindi il fatto che la Svizzera spenda quel che spenda non mi sorprende + di tanto.

Detto questo la mia risposta è SI' io ritengo che un paese come l'Italia debba avere delle forze armate.
Possono essere migliorate, o fatti dei risparmi (specie in tempo di crisi), ma la mia idea di fondo è che, SI' dobbiamo avere un minimo di forze armate efficienti e pronte.

Ciao
Beh, abbiamo degli autorevoli utenti del forum che risiedono o lavorano in Svizzera e magari potranno confermare le tue parole con maggiori informazioni rispetto a me.
Dici che hanno una struttura prettamente difensiva.
Ma anche l'Italia ha una struttura difensiva.
L'Art. 11 della Costituzione (http://www.governo.it/governo/costituzione/principi.html/)
che comunque riporto, recita:
Art. 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ciò non toglie che, come ho detto nei post introduttivi a questa discussione, la sicurezza nazionale ha un prezzo.
Non dimentichiamo che esiste purtroppo gente che non esita a schiantarsi con un Boeing contro un grattacielo in nome di un ideale.
Vogliamo allora eliminare l'aviazione militare?
Concordo pienamente con te che le Forze Armate debbano necessariamente essere riconsiderate (in termini economici) rendendole snelle e efficienti e questo si può fare ad esempio, cambiando le percentuali di spesa e portandole verso il 50% tra stipendi e investimenti e non sbilanciate come ora a favore dei primi.
Ma l'ho detto, le Forze Armate fino a poco tempo fa, sono state viste come ammortizzatore sociale con tutto quello di negativo che ne consegue.
Ciao.
 

cacciatorino

Moderatore SolidEdge
Staff Forum
Professione: Ingegnere meccanico
Software: SolidEdge CoCreate Salome-Meca
Regione: Porto Recanati, ma con l'appennino nel cuore
#14
Non si tratta di eliminare le FFAA per risparmiare. Metterla in questi termini signifca mettere in bocca all'interlocutore cose che non ha detto per poterlo contraddire piu' facilmente (come quando l'ex capo del governo etichettava con la parolina magica chiunque esprimesse idee diverse dalle sue).

Quello di cui si discute invece e' ribilanciare la spesa militare verso altri scopi.
Dove passa il vantaggio competitivo delle nazioni? Secondo me e' piu' importante una buona istruzione dei giovani e un sostegno alla ricerca industriale, piuttosto che un forte apparato militare. Germania e Francia hanno un esercito e una marina cosi' piu' forti dell'Italia? Direi di no, eppure quanto a importanza politica e potere economico ci surclassano.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#15
Non si tratta di eliminare le FFAA per risparmiare. Metterla in questi termini signifca mettere in bocca all'interlocutore cose che non ha detto per poterlo contraddire piu' facilmente
Queste cose non le ho messe in bocca io ma le hanno dichiarate di loro spontanea volontà Niki Vendola, Antonio di Pietro, Bonelli, Marino, Mentana....

...Germania e Francia hanno un esercito e una marina cosi' piu' forti dell'Italia? Direi di no, eppure quanto a importanza politica e potere economico ci surclassano.
Voglio dimostrare che non mi invento niente, soprattutto i numeri. E' interessante dare una occhiata al sito seguente:
http://www.strategypage.com/fyeo/howtomakewar/databases/armies/e.asp
Nella tabella sono riportate le nazioni europee secondo una classifica delle loro capacità militari, la spesa che dedicano ad essa e altri parametri interessanti. Sono riportate solo le nazioni aventi un valore di combattimento pari a 1 dato che quelle con un valore inferiore hanno limitate capacità che non vanno oltre a funzioni interne di polizia.
Diamo un occhiata nel dettaglio cominciando dalla colonna "Land Power".
Essa indica la capacità totale delle forze armate di un paese esclusa la componente navale. Questo perchè esistono nazioni come appunto la Svizzera che non possiedono flotte. Ciò nonostante mantengono una capacità di mobilitazione che raggiunge il picco massimo di mobilitazione entro 3 giorni.
Saltiamo le successive colonne (sono comunque spiegate cliccandoci sopra) e saltiamo alla colonna "Bud Mil - (Military Budget in milioni di dollari). Rappresenta l'attuale spesa annuale delle forze armate di quella nazione. Tutte le nazioni utilizzano sistemi contabili un po 'diversi per spese per la difesa. Si nota la differenza tra Italia, Gran Bretagna e Francia.
La colonna successiva "Man Bud" è il costo annuale per uomo in migliaia di dollari. Questo è un eccellente indicatore della quantità e, in misura minore, della qualità di armi e attrezzature.
"AFV" (veicoli corazzati da combattimento), indica il numerodi carri armati, veicoli corazzati da trasporto truppa e altri veicoli corazzati da combattimento e di supporto. Rappresentano le componenti principali di una offensiva di terra.
"Aircraft Cmbt" sono il numero di aerei da combattimento disponibili, compresi elicotteri e aerei da pattugliamento marittimo armata. E' un buon indicatore di potenza pura della forza aerea. La qualità dei mezzi, dei loro piloti, del personale di terra sono i fattori più importanti per determinare il valore complessivo del potere aereo.

Adesso passiamo al settore che mi riguarda più da vicino. Andate al seguente link:
http://www.strategypage.com/fyeo/howtomakewar/databases/navy/navalforcesoftheworld.asp#nation
Vengono elencate le Nazioni che hanno una forza navale. Le cifre includono anche le navi della guardia costiera aventi capacità di combattimento e le navi da trasporto anfibio.
"Combat Value" indica il valore di combattimento. Questo valore riflette la quantità e la qualità complessiva delle navi e degli equipaggi incluso il sostegno logistico e il sistema di basi.
"% Of Total" è la percentuale del valore di combattimento totale del mondo che ogni flotta rappresenta.
"1000 Tons" è il tonnellaggio della flotta da combattimento, in migliaia di tonnellate.
"Ships" è logicamente il numero totale di navi.
"Qual" è la qualità degli equipaggi e delle attrezzature per la flotta, prendendo la US Navy come riferimento (100%).

In Europa siamo dietro a Gran Bretagna, Francia, pari alla Germania (che non ha 8.000 km di coste), poco avanti a Turchia, Spagna e Grecia come quantità, ma scendiamo in basso come qualità e questo, è indicativo della "anzianità" della flotta e delle poche risorse destinate all'ammodernamento.
 

numero1

Utente Senior
Professione: Non lo sò + nemmeno io
Software: Tavoletta cuneiforme ....... ACAD, MStation, PDS/PDMS, Autoplant ed un poco di NX
Regione: Da qualche parte
#16
Beh, abbiamo degli autorevoli utenti del forum che risiedono o lavorano in Svizzera e magari potranno confermare le tue parole con maggiori informazioni rispetto a me.
Dici che hanno una struttura prettamente difensiva.
Ma anche l'Italia ha una struttura difensiva.
L'Art. 11 della Costituzione (http://www.governo.it/governo/costituzione/principi.html/)
che comunque riporto, recita:
Art. 11
L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Ciò non toglie che, come ho detto nei post introduttivi a questa discussione, la sicurezza nazionale ha un prezzo.
Non dimentichiamo che esiste purtroppo gente che non esita a schiantarsi con un Boeing contro un grattacielo in nome di un ideale.
Vogliamo allora eliminare l'aviazione militare?
Concordo pienamente con te che le Forze Armate debbano necessariamente essere riconsiderate (in termini economici) rendendole snelle e efficienti e questo si può fare ad esempio, cambiando le percentuali di spesa e portandole verso il 50% tra stipendi e investimenti e non sbilanciate come ora a favore dei primi.
Ma l'ho detto, le Forze Armate fino a poco tempo fa, sono state viste come ammortizzatore sociale con tutto quello di negativo che ne consegue.
Ciao.
Ma guarda già delle informazioni le puoi vedere qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Ridotto_nazionale
e soprattutto qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Operazione_Tannenbaum
Se quello che scrivono è esatto solo nel 2011 tale opera di ammodernamento si è fermata .....
Ed è comunque solo una piccola parte, da quello che sapevo.
Inoltre qui:
http://it.wikipedia.org/wiki/Esercito_svizzero
Si legge:
"Dopo il 1933, quando Adolf Hitler giunse al potere, per contribuire ai costi del riarmo, il popolo svizzero sottoscrisse nel 1936 un Prestito di difesa nazionale di 235 milioni di franchi."
Attendiamo in proposito notizie dai ns. Svizzeri ..... :biggrin:

Per il resto sono d'accordo con quello che dici tu, l'unico timore serio che ho è che tagliando gli stipendi dei soldati, per evitare quello sbilanciamento di cui tu parli, e perdendo quindi la funzione di ammortizzatore sociale poi chi farà il soldato ?
Insomma ci sarà una crisi di vocazioni, attenzione non ho detto che non sia giusto togliere quello sbilanciamento, sto' solo ipotizzando cio' che potrebbe succedere.
Ciao
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#17
IL POTERE MARITTIMO 2
Torniamo al potere marittimo il cui scopo, come abbiamo spiegato, è il controllo delle comunicazioni marittime. Quindi la domanda che ci dobbiamo fare è: “A cosa servono le comunicazioni marittime? Per quale motivo vogliamo controllarle?”
Roma si sviluppò e si espanse nell’Impero più grande della storia; colonizzò le coste del mondo allora conosciuto diffondendo così la propria civiltà. I Romani furono i primi a conseguire ed esercitare il potere marittimo sull'intero bacino del Mediterraneo. Imposero il controllo e le proprie leggi trasformando quel bellicoso mare, un tranquillo "lago" interno brulicante di vita, di traffici commerciali e, di ogni genere di altre attività marittime. I Romani impiegarono poco tempo a capire che la loro sicurezza dipendeva strettamente dalla possibilità di navigare e di assicurare l'afflusso dei rifornimenti vitali e che per questo, occorreva acquisire e mantenere il controllo dei mari. Il potere marittimo rappresentò quindi per una necessità, così come sottolineato dal celeberrimo "navigare necesse est" di Pompeo Magno. I risultati strategici che ne conseguirono, sotto l'ottica del potere marittimo, sono inequivocabili.
Il termine “Potere marittimo” è molto usato, spesso abusato, ed è facile confonderlo con il “Potere navale”. Per chi si occupa dell’argomento il riferimento classico è costituito dalle opere dell’Ammiraglio americano Alfred Tayer Mahan che, alla fine del XIX, secolo scrisse il trattato“Influence of sea power upon history 1660- 1783”. Ufficiale della marina degli Stati Uniti fu docente e stratega al War College. Pur non offrendo una definizione esatta del potere marittimo, egli ne analizzò gli effetti sulla condotta delle guerre. Mahan evidenziò come il potere marittimo, ottenuto mediante il potere navale (ecco la differenza), consista nel “controllo del mare” ossia, nel controllo delle comunicazioni marittime. Il controllo delle comunicazioni si ottiene mediante la “proiezione di potenza” che uno Stato, con la flotta, esercita fuori dai suoi confini.
Il Contrammiraglio Mahan sottolineò come una nazione potesse vincere su un'altra distruggendone la flotta e strangolandone i commerci attraverso un blocco navale. Per contro, la flotta più debole poteva evitare il confronto rimanendo comunque una costante minaccia (il concetto di “fleet in being”) impedendole di attaccare il traffico mercantile.
Secondo Mahan fu il controllo dei mari a consentire ad un paese di 8 milioni di abitanti (l’Inghilterra) di piegare la potente Francia di re Luigi XIV, un paese di 20 milioni di abitanti.
Fino alla rivoluzione industriale avere il controllo delle comunicazioni marittime significava avere il controllo del commercio mondiale il quale, a sua volta, era fonte di enormi guadagni. La maggior parte di questo commercio avveniva tra le colonie e la madre patria ed era monopolio di Olanda prima e, Inghilterra dopo. Gran parte dell’oro portoghese ricavato in Brasile finiva comunque nelle banche di Amsterdam. E questo flusso ininterrotto di denaro, continuava anche durante gli eventuali conflitti consentendo ai governi di finanziare gli eserciti alleati sul continente (il “Sistema Pitt”).
William Pitt (detto “il Giovane” per distinguerlo dal padre anch’esso uomo politico inglese), fu uno dei più grandi Primo Ministro che la Gran Bretagna ricordi. La sua straordinaria abilità politica consentì di portare avanti quelle riforme dello Stato che permisero alla Gran Bretagna di non soccombere a Napoleone.
Una delle opere più importanti di Pitt fu il risanamento del debito pubblico dopo che le finanze erano state dissanguate dalla Rivoluzione americana. In seguito, anche la guerra contro la Francia si rivelò estremamente costosa e Pitt si trovò costretto a proteggere le riserve auree del paese impedendo lo scambio banconote/oro e introducendo una tassa sul reddito per controbilanciare le minori entrate indirette conseguenza del minor traffico commerciale marittimo. Elaborò il così detto “Sistema Pitt” che consisteva nel bloccare la flotta avversaria nei porti ed eventualmente sconfiggerla se avesse tentato delle sortite, sovvenzionare grazie ai guadagni del commercio gli eserciti alleati, sfruttare le forze navali per attaccare e occupare i possedimenti nemici rimasti isolati dalla madrepatria. Ma il potere marittimo poteva avere influenza sul risultato della guerra solo se questa durava un tempo sufficiente per far pesare le conseguenze economiche. Quando gli eserciti alleati fecero mancare il loro appoggio, come nella guerra di indipendenza americana, il potere marittimo britannico non poté impedire la sconfitta.
Fino al 1815 la potenza navale britannica era tale che nessuna Nazione al mondo poteva sperare di contrastarne la supremazia sia in numero di navi, sia in esperienza. Neanche l’avvento della propulsione a vapore, degli scafi in ferro, della corazzatura, dei cannoni a retrocarica, dei proiettili perforanti e dirompenti, riuscirono a riequilibrare il rapporto di forze e il potere inglese continuava quasi indisturbato potendo contare anche su una industria all’avanguardia. Essere una fortissima nazione colonialista aveva i suoi vantaggi. Bisogna considerare che a quei tempi era abbastanza raro per una Nazione potersi permettere contemporaneamente una grande marina e un potente esercito. Le spese da sostenere per il mantenimento di imponenti forze terrestri erano infatti improduttive, mentre la marina risultava estremamente redditizia e le spedizioni navali ripagavano i finanziatori con ritorni del 200-300% grazie alle prede, al commercio, all’apertura di nuovi mercati. Il vantaggio poi di essere una isola consentiva di limitare al minimo le forze terrestri in patria mentre quelle nelle colonie, erano generalmente autosufficienti potendo sfruttare le risorse locali. L’investimento per la conquista di nuove colonie rendeva molto di più di quanto non veniva speso per il mantenimento di una grande flotta.
Era ben noto che un esercito ben addestrato e ben comandato, anche se inferiore e obbligato a una guerra difensiva, può alla lunga logorare l’avversario per poi sconfiggerlo. Ma in mare questo non è possibile, non si può stare “sulla difensiva”, non è possibile lasciare al nemico l’uso del mare che è proprio lo scopo della guerra marittima. Chi è superiore in mare ha la quasi assoluta certezza della vittoria finale, e anche se potrà subire episodiche sconfitte, alla fine la vittoria non potrà sfuggirgli.
In ogni caso la grande battaglia navale non era lo scopo principale della strategia britannica. Il blocco portava agli stessi risultati della sconfitta con minori rischi. La famosissima battaglia di Trafalgar avvenne solo perché la flotta francese di Tolone riuscì ad eludere il blocco e a prendere il mare.
Quindi all’epoca il problema di tutte le marine (e in particolare di quella francese), fu come battere una flotta superiore numericamente e tatticamente. Sarà il progresso della tecnica navale a suggerire una probabile soluzione con un arma particolare, il siluro. Questa nuova innovativa arma, dal raggio di azione limitato, necessitava di un “vettore” agile e veloce, capace di avvicinarsi il più possibile all’obiettivo e poi colpirlo. Ma piccole dimensioni significano piccola autonomia e scarsa tenuta al mare limitando il raggio di azione di queste nuove unità alla difesa delle coste possibilmente in azioni notturne. Il problema finanziario derivato dal dover costruire numerose unità di difesa costiera e quello operativo, fu risolto dalla Francia con la così detta “jeune école” dell’Ammiraglio Aube. Velocità e piccole dimensioni erano gli elementi caratteristici della “Torpediniera” che prendeva forma sui tavoli da disegno degli studi tecnici. Unità dal basso costo che costruite in gran numero, avrebbero attaccato la flotta corazzata nemica con la nuova arma micidiale, il siluro.
 

Exatem

Moderatore
Staff Forum
Professione: Commodoro
Software: Creo 3.0 - Microstation
Regione: N.D.
#18
La supremazia britannica durò fino al 1815. Da lì alla fine del secolo, iniziarono ad apparire i primi segnali di una certa decadenza. Due fatti importantissimi infatti, ai quali al momento non fu data la necessaria importanza, cambiarono le carte in tavola: L’apparizione di due nuove potenze extraeuropee sul teatro mondiale, gli USA e il Giappone e, lo sviluppo industriale che aveva modificato l’influenza del potere marittimo riducendo i vantaggi che il traffico marittimo ricavava dal semplice commercio.
In compenso aveva assunto enorme importanza il trasporto delle materie prime e dei manufatti verso e da i paesi industrializzati. La vera importanza di questo traffico non era nel semplice guadagno economico, quanto nella necessità di garantire un flusso costante di materie per la produzione e di esportazione. Lo sviluppo industriale poteva progredire anche senza un adeguato potere marittimo ma manteneva la spada di Damocle di quest’ultimo.
Questo spinse la Germania al riarmo navale.
L’industria tedesca, diventata la più potente di Europa, non poteva delegare la protezione dei propri traffici alla flotta inglese. Così si aprì una corsa agli armamenti che interessava il mare del Nord con la Germania, il Mediterraneo con la Francia, l’estremo oriente con il Giappone e l’Atlantico con gli USA.
Ma tenere sotto controllo il mondo era ormai impossibile per la piccola isola. Nel 1902 la Gran Bretagna cedette le acque orientali ai giapponesi e il Mediterraneo alla Francia (Entente Cordiale, 1904). In pratica poi, pur senza trattati ufficiali, anche l’Atlantico passava agli americani. L’industrializzazione rese potenti la Germania, gli Stati Uniti e, il Giappone che si trovarono nella necessità di assicurare il libero transito di materie prime e l’esportazione di prodotti industriali. Con le industrie protette la corsa alle colonie divenne la corsa all’approvvigionamento di materie prime e al controllo di punti strategici per il traffico. Gli Stati Uniti, rese sicure le frontiere prima a nord e poi a sud con la guerra messicana, poterono cominciare a costruire una Marina Militare alla quale spettava il gravoso compito di controllare entrambi gli oceani, specialmente dopo l’apertura del Canale di Panama. Per questa ragione si ebbe la guerra con la Spagna per l’indipendenza di Cuba (che ottenne l’indipendenza dalla Spagna ma divenne dipendente degli USA), e la presa delle Filippine. Lo scenario che aveva avuto fino ad allora per protagonista l’Inghilterra, ora vedeva al suo posto l’America. Un ulteriore vantaggio era che gli Stati Uniti non necessitavano di colonie in quanto possedevano un territorio ricco di tutte le materie prime di cui necessitavano (per rendere l’idea, nel 1913 il potere industriale britannico valeva 127.2, quello tedesco 137.7 e quello americano 298.1).
Nonostante la Gran Bretagna possedesse ancora il suo immenso impero e fosse stata la prima potenza industriale, era stata superata dalla Germania e dagli Stati Uniti. La guerra intanto era diventata industriale nel senso che non solo occorreva produrre armi (necessitando quindi di materie prime), ma occorreva anche trasportarle insieme agli uomini, nei vari teatri di guerra. E per combattere il soldato doveva essere rifornito. Quindi la prima battaglia da vincere era negli oceani.
Con questo, non si vuole affermare che il potere marittimo è l’unico elemento che consente di vincere le guerre, ma confondere il potere marittimo con il potere terrestre o aereo, non è corretto. Il paragone deve essere caso mai fatto con il potere navale. Il potere marittimo infatti, non riguarda solo le forze militari, come invece per gli altri due, ma dipende direttamente dalla “struttura economica” dello Stato. Il “Sistema di Pitt” aveva individuato chiaramente quali fossero gli elementi necessari a mantenere il controllo degli oceani.
1) Le navi da battaglia non esercitano il controllo del mare ma lo assicurano.
2) Il controllo è effettuato dagli incrociatori
3) Non è indispensabile ne possibile impedire a tutte le navi nemiche di prendere il mare, ma è indispensabile impedire alla sua flotta di interferire nelle operazioni degli incrociatori.
La differenza tra dominio e controllo del mare, è tutta qui. Il dominio intende una supremazia assoluta praticamente impossibile da ottenere. Il controllo garantisce che le comunicazioni, anche se minacciate, saranno comunque mantenute aperte per noi e impedite all’avversario.
Se l’impiego ottimale del potere marittimo era il risultato di esperienze storiche, altrettanto non poteva dirsi per quanto riguarda il potere aereo. L’impiego di questo nuovo mezzo nella seconda guerra mondiale era derivato da teorie non storicamente provate per cui il suo ruolo fu principalmente tattico. Infatti, in campo strategico ottenne scarsi risultati quando fu utilizzato per colpire installazioni industriali come fece la U.S. Army Air Force. Si rese invece colpevole della distruzione di intere città e della morte di migliaia di cittadini quando venne impiegato per il bombardamento urbano come fece la RAF. I primi bombardamenti diurni da parte della RAF costarono un prezzo eccessivamente elevato in termini di uomini e mezzi per cui di decise di passare ai bombardamenti notturni. Ma non potendo selezionare gli obiettivi come le fabbriche, venne sviluppata la tattica del “bombardamento di area”. Colpire indiscriminatamente le città per colpire il morale delle popolazioni secondo quanto teorizzato da Douhet. Lubecca, bellissima e antichissima città, fu scelta dal Maresciallo Harris perché “costruita più come una trappola per il fuoco che come habitat umano”. Così quale punto di mira fu scelta la cattedrale del XXII secolo che venne colpita in pieno. Il fuoco bruciò da un capo all’altro Lubecca ma nonostante la distruzione, la città riprese la sua produzione industriale. Dei bombardamenti sulle città la produzione industriale tedesca non ne risentì affatto. L’Europa centrale continuò ad essere distrutta mentre la produzione industriale tedesca aumentava. “Vittoria rapida e sicura” scriveva Harris a Churchill il 17 giugno 1942, “E’ imperativo concentrare la nostra potenza aerea contro i punti più vulnerabili del nemico”, cioè chiese, case, ospedali…
In realtà l’aereo consentì, durante il conflitto, un numero elevato di sbarchi di fanteria trasportata da navi. L’aereo permise di distruggere le difese, tagliare le comunicazioni, interrompere i rifornimenti. Il potere aereo non riuscì a eliminare il potere marittimo o il potere navale ma fornì un mezzo che ne aumentò il potenziale a dismisura. Grazie all’aereo, le navi possono ora intervenire in qualunque costa del pianeta e la massima espressione del potere navale è quello degli Stati Uniti. Ma se il potere navale è insuperato e insuperabile, altrettanto non si può dire del potere marittimo. Durante la Guerra del Golfo gli americani si accorsero che mancava loro una componente essenziale, la marina mercantile. Pur avendo avuto a disposizione 5 mesi per dislocarsi sul territorio saudita, pur avendo a disposizione tutto il combustibile di cui necessitavano, pur avendo a disposizione tutte le basi aeree della penisola, il problema enorme da superare fu il trasporto marittimo di uomini e mezzi per 14.000 miglia. Insieme alle unità combattenti, si mossero 5,8 milioni di metri cubi di equipaggiamenti ossia, quanto trasportabile da 38 navi Ro-Ro. Per questo furono noleggiate 15 navi straniere oltre ad altre 40 già noleggiate precedentemente in aggiunta ai mercantili già disponibili della Ready Reserve Force.
Per concludere si può affermare che il potere marittimo è tutt’oggi indispensabile per il progresso delle Nazioni anche e soprattutto, in tempo di pace. Il potere navale, ossia la branca militare del potere marittimo, presenta ancora la caratteristica che ha avuto nei secoli con in più una maggiore possibilità di intervento rispetto al passato. Un paese può essere sottomesso con la violenza ma può essere distrutto economicamente tagliandogli i rifornimenti di materie prime, interrompendone il commercio, escludendolo dal novero dei paesi industrializzati, emarginandolo dalla politica internazionale perché il “peso” di un Paese non si misura solo dalle sue capacità economiche-finanziare, ma anche dalla possibilità di concorrere alla costruzione del Sistema Internazionale.
 
Ultima modifica: